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CANTONE / STATI UNITI
16.09.20 - 07:000
Aggiornamento : 08:58

«Negli Stati Uniti gli afroamericani non hanno il monopolio della violenza, i poliziotti sì»

Parola di Gary Younge, esperto britannico di questioni razziali negli States che sarà a Bellinzona per Babel Festival

«C'è differenza se dei ragazzini si sparano e se, ad ammazzarti, sono dei poliziotti. Questo perché loro sarebbero incaricati di far rispettare la legge e proteggerti, gli altri sono dei criminali»

BELLINZONA - BELLINZONA - Appassionato attivista prima, poi giornalista per il Guardian, scrittore, studioso di sociologia e professore universitario. Il britannico Gary Younge è una voce tanto importante quanto forte per le questioni razziali negli Stati Uniti.

Con lui – che sarà ospite dell'edizione del Babel Festival di Bellinzona che aprirà i battenti questo 17 settembre – abbiamo voluto parlare del movimento, e dei moti di piazza, nati attorno alla figura di George Floyd.

Come studioso, giornalista e scrittore qual è la sua chiave di lettura delle rivolte negli States legati alle violenze della polizia?

L'America si trova in un momento storico molto volatile e potenzialmente esplosivo, è una cosa che va al di là della questione razziale, che però riassume bene questa sua instabilità. Anche prima del Covid-19 i redditi stagnavano da più o meno una generazione, poi è arrivata la pandemia che ha riportato tutto in recessione.

Dall'altro lato abbiamo un presidente che appoggia e rafforza i suprematisti bianchi. In questo contesto le violenze ai danni di George Floyd e Jacob Blake sono state, per le tensioni razziali, la proverbiale scintilla nella polveriera. Gli eventi in sé non sono nulla di fuori dagli schemi ma a renderli totemici è stato il contesto. 

Nel suo libro “Another day in the death of America” scrive della normalizzazione della violenza e delle morti nella comunità afroamericana. Com'è che, a un tratto, queste uccisioni hanno iniziato a catalizzare le attenzioni del mondo?

Il mio libro è ambientato dal giorno in cui è nato l'hashtag #BlackLivesMatter, ovvero quando George Zimmerman (il poliziotto che sparò a Trayvon Martin, ndr.) è stato scagionato, a quello in cui è diventato popolare, ovvero l'uccisione di Michael Brown a Ferguson.

Negli States sia la violenza sociale sia quella della polizia sono la normalità nelle comunità afroamericane. C'è però differenza se dei ragazzini di colore si sparano e se, ad ammazzarti, sono dei poliziotti. 

Questo perché loro sarebbero incaricati di far rispettare la legge e proteggere i cittadini ed è per questo ricevono le tasse, i criminali no. Negli Stati Uniti gli afroamericani non hanno il monopolio della violenza, i poliziotti sì. 

Secondo lei è possibile produrre un cambiamento da questo movimento di protesta? 

Sicuramente queste manifestazioni mostrano una gran voglia di cambiamento. Da sole però non basteranno. Questo si ottiene attraverso un insieme di elementi: maggiore percezione della problematica, cambio dell'elettorato e della leadership politica così come delle leggi. I moti di piazza sono solo una parte del tutto.

La vera sfida è quella di riuscire a fare breccia in un sistema basato sulla supremazia dell'uomo bianco: gli Stati Uniti sono stati una nazione schiavista per 250 anni poi per 100 anni c'è stato un regime di apartheid. Nominalmente è una democrazia non-razziale solo da 60 anni.

Oltre alle diseguaglianze storiche, bisognerà affrontare anche quelle economiche: saranno necessari grossi investimenti e ridistribuzioni di ricchezza. E in un sistema capitalistico come quello americano non sarà affatto ovvio.

Arrivare più in alto ma anche cadere più in basso

Si sente spesso parlare di afroamericani ma quasi mai di... “afrobritannici”, eppure la presenza di colore nel Regno Unito esiste e anche quella si è mobilitata al grido di «Black Lives Matter».

Eppure i due gruppi non potrebbero essere più diversi: «Negli Stati Uniti la presenza di donne e uomini origini africane ha una storia più lunga e questo si riflette in una presenza maggiore nella classe media e un maggior coinvolgimento nelle istituzioni», spiega Younge.

«Nel Regno Unito, sebbene persone di colore ci siano sempre state sin dai tempi dei romani, il numero è aumentato solamente dopo la seconda guerra mondiale. Quindi siamo pochi, poco rappresentati e con una classe media più ristretta». Grande differenza, però, la fa il contesto sociale: «Per quanto riguarda il sottoproletariato nel Regno Unito siamo messi un po' meglio. Negli States non c'è welfare e il tasso d'incarcerazione degli afroamericani è elevatissimo. Come persona di colore, in America puoi arrivare molto più in alto, ma anche cadere molto più in basso»

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