Keystone
Solo recentemente Trump ha iniziato a indossare la mascherina in pubblico e a promuoverne l'utilizzo
STATI UNITI / CANTONE
22.07.20 - 16:100
Aggiornamento : 17:04

Mascherina sì, mascherina no: il «disorientamento» della gente tra Stati Uniti e Svizzera

Trump fa dietrofront sull'uso di questo dispositivo. L'esperto dell'USI: «Da noi contraddizione solo percepita».

WASHINGTON / LUGANO - In questi giorni, Donald Trump ha stupito gli osservatori promuovendo via Twitter e in conferenza stampa l'utilizzo della mascherina. Un cambio di atteggiamento verso questo strumento di protezione contro il Covid-19 (da lui finora molto relativizzato) che rivela la necessità del presidente americano di riguadagnare consensi rispetto alla sua gestione dell'emergenza sanitaria. Abbiamo parlato di questo suo "dietrofront" comunicativo con il professor Emiliano Albanese, direttore dell'Istituto di salute pubblica (IPH) dell'Università della Svizzera italiana (USI).     

Nel suo dietrofront sulla mascherina, Trump sembra essersi lasciato influenzare dalla necessità di riguadagnare consensi. Quanto spesso le scelte comunicative in materia di salute pubblica sono determinate da fini meramente politici?
«Dipende dai politici, dai sistemi nei quali operano, dai Paesi e dalle congiunture storiche. Per Trump, l’imminenza delle elezioni presidenziali è evidentemente un fattore molto condizionante in un’ottica di consensi.»  

Come valuta in generale la comunicazione delle autorità americane in questi mesi di emergenza coronavirus?
«C’è una distinzione molto importante da fare. Un conto è la comunicazione che esce dalla Casa Bianca, un conto è quella delle autorità in generale. Bisogna ricordare che il dottor Anthony Fauci - che ha un ruolo prominente anche come consigliere alla Casa Bianca, ma è un funzionario federale da molti anni ed è il più importante infettivologo al mondo - ha sempre provato in tutti i modi a dare informazioni corrette, puntuali e precise. Negli Stati Uniti c’è stata una comunicazione bicefala. Ci sono state due voci, spesso dissonanti: quella governativa e quella istituzionale.» 

Qual è l’effetto sul pubblico di queste contraddizioni tra politici e tecnici?
«Come tutte le musiche dissonanti, come tutti i discorsi contraddittori, creano disorientamento. E disorientamento significa non ottenere dalla popolazione i comportamenti auspicati. Si creano delle fazioni e ciascuno ascolta ciò che vuole, ciò che gli conviene ascoltare. Nel corso di una pandemia questo è molto grave e deprecabile. La gestione dell’informazione è cruciale.»

Pesano di più le parole di un leader politico o di un esperto?
«Nel corso di questa crisi i politici di tutto il mondo hanno promosso esplicitamente gli scienziati a consiglieri. Hanno dato loro un ruolo prominente. Questo è stato fatto anche negli Stati Uniti con l’incarico a Anthony Fauci ed è chiaro che le dichiarazioni dissonanti tra quest’ultimo e Trump creano un cortocircuito. O non ti avvali del consiglio degli scienziati o, se lo fai, devi essere pronto a spiegare perché non lo segui.»

La comunicazione rispetto all’utilizzo della mascherina è risultata piuttosto contraddittoria anche in Svizzera. È normale che un apparato statale, che dovrebbe essere pronto anche all’evenienza di una pandemia, non avesse già deciso in anticipo che indicazioni impartire rispetto a uno strumento di protezione essenziale come la mascherina e abbia dato la sensazione d’improvvisare?
«È un peccato che esista questa percezione d’improvvisazione o addirittura di apparente contraddittorietà tra le misure perché in realtà, analizzando le varie decisioni sia a livello federale sia a livello cantonale, non ci sono delle contraddizioni oggettive. Le contraddizioni percepite, però, sono importanti tanto quanto quelle reali ed è ora necessario capire perché si sono prodotte. Oggi le autorità dovrebbero fare uno sforzo maggiore per creare un dialogo con la popolazione e non affidarsi più soltanto a un’informazione unidirezionale e direttiva, che aveva senso nelle fasi più acute della pandemia qui da noi, ma meno ora.» 

Come potrebbe lo Stato mettersi maggiormente all’ascolto della popolazione?
«Dovrebbe, da un lato, mappare le risorse istituzionali che esistono sul territorio e arruolarle come partner. In Ticino, USI e SUPSI potrebbero per esempio essere chiamate più regolarmente ad assumersi questo ruolo sfruttando la loro capillare rete di relazioni con la popolazione. Dall’altro lato, le autorità dovrebbero creare dei canali di comunicazione bidirezionali con la popolazione, con delle piattaforme in cui possano prima di tutto ascoltare, ma anche moderare il dibattito.»

Lo studio Corona Immunitas Ticino, promosso da USI e SUPSI, ha, tra le altre cose, anche lo scopo di conoscere l’impatto psicologico, sociale ed economico della pandemia per preparare la politica cantonale e la popolazione a ulteriori crisi.
«Lo spirito dell’indagine è di costruire un dialogo ampio, profondo, continuo con la popolazione. È tempo che le autorità inizino a riflettere sul fatto che il dialogo, “dià-logos”, si svolge tra due attori: bisogna anche ascoltare, non soltanto parlare.»  

Corona Immunitas Ticino
Sviluppato nell'ambito della campagna nazionale Corona Immunitas, Corona Immunitas Ticino «si propone di misurare l’impatto, le conseguenze e le implicazioni dell’epidemia di COVID-19 in Ticino su individui, comunità e società in senso ampio e di misurare l'entità della diffusione del nuovo coronavirus e l'immunità nella popolazione del Cantone Ticino», spiega la ricercatrice dell'IPH e project manager Rebecca Amati presentando l'indagine.   
Guidato dal professor Emiliano Albanese per l’USI e dal professor Luca Crivelli per la SUPSI, Corona Immunitas Ticino intende valutare l’efficacia delle misure di salute pubblica atte a limitare la diffusione del virus, ma anche quantificare e conoscere l’impatto psicologico, sociale ed economico dell’epidemia. I dati e le informazioni raccolti, promettono i ricercatori, saranno rilevanti per fronteggiare l’attuale situazione e per fornire basi importanti anche alla politica cantonale, preparando la popolazione ad affrontare al meglio eventuali ulteriori ondate pandemiche e predisporre al meglio la risposta del sistema sanitario.
«Il progetto si sviluppa nell’arco di dodici mesi a partire da luglio 2020 e prevede tre studi», spiega Amati. Uno coinvolgerà 8'000 persone selezionate casualmente dall’Ufficio federale di statistica che saranno invitate a compilare dei questionari sulla propria salute. Studi ripetuti sulla siero-prevalenza, poi, coinvolgeranno circa 4'000 persone di varie fasce di età che saranno sottoposte a prelievi presso gli ospedali dell’Ente Ospedaliero Cantonale. Un ultimo studio, infine, valuterà nelle persone con anticorpi la proporzione di reinfezione e la durata dell’immunità.

 

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