Quelle vite a rischio, solo per consegnare una pizza

Sottopagati, e senza tutela: sono i riders del cibo a domicilio italiani costretti a sfidare il contagio per pochi euro

di Redazione
Irene Panighetti

Senza tutele, senza paghe dignitose, senza riposi, senza protezioni: è una vita all’insegna delle privazioni e, a maggior ragione in questo periodo di emergenza sanitaria, del rischio, quella dei riders, i fattorini del cibo a domicilio, che portano nelle case degli Italiani piatti ordinati tramite le piattaforme del food delivery.


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Un rider al lavoro, per le strade deserte di Roma


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In attesa di ripartire, in una via di Milano.

Pilotati via app per 2 € a consegna  - Attenzione, queste figure non sono da confondersi con i gestori delle attività di ristorazione che consegnano di persona, o tramite i loro dipendenti, i cibi che cucinano. I riders invece trasportano i piatti dei ristornati che si servono delle piattaforme digitali di multinazionali molto note, come Jus Eat, My Menu, Glovo, Deliveroo, Uber Eat, Foodora, solo per citarne alcune tra le più note, di cui molte sono riunite in Assodelivery, un’associazione datoriale costituitasi nel novembre 2019.  Non mancano società più piccole, non di rado sorte ad hoc per questo tipo di mestiere e che, di fronte all’insorgere di difficoltà o di cali di introiti, spesso spariscono in un labirinto di scatole cinesi dentro cui si sono costituite una via di fuga. Questi soggetti sono i datori di lavoro dei riders, con i quali il contatto non è mai diretto, sempre digitale, dal colloquio alla quotidianità lavorativa, nella formula del job on call; tutto viene gestito, appunto, tramite un’applicazione e un pc. I fattorini del food delivery sulla carta sono lavoratori autonomi, ma nella realtà sono degli sfruttati se non, come sono stati anche definiti, neo-schiavi considerati al pari delle merci, poiché soggetti agli indici di gradimento di clientela e datori di lavoro. Come qualsiasi prodotto in commercio queste persone sono valutate con le classiche stelline o gli emoticon e il loro ranking è determinato da un algoritmo. Il tutto per una paga che, a seconda delle piattaforme, può anche rasentare i 2 euro a consegna o che segue la formula di un minimo fisso medio orario di circa 7 euro lordi più incentivi, legati a quanto il singolo sia disposto a dare in termini di disponibilità. Insomma: precariato spinto.

 


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A Genova, un rider si concede qualche minuto per tirare il fiato.

Precarietà e miseria sulle due ruote - Questa, è una condizione che connota migliaia di persone in Italia, in maggior parte giovani e spesso immigrati. Questi “nuovi schiavi” tutti i giorni dai luoghi dove abitano si recano nelle grandi e medie città di tutta la penisola e la sera, se non hanno dato la propria disponibilità 24 ore su 24, tornano alle loro case, stremati da lunghe pedalate nel traffico e ricoperti di smog. Sono gli ultimi tra gli ultimi delle categorie di lavoratori e, in questo paio di mesi, hanno messo a rischio la loro salute spesso per un capriccio di sushi, pizza e patatine scambiati dai clienti come un servizio essenziale, come una coccola che qualcuno può concedersi a danno di qualcun altro. Eppure qualche tutela sindacale è stata riconosciuta: nel dicembre 2017 è stato rinnovato il contratto nazionale dei dipendenti della logistica, del trasporto merci e delle spedizioni e proprio in questo settore sono stati inquadrati i riders. Nel novembre 2019, poi, è entrata in vigore una legge (Nr 128/2019) che interviene in favore di certe categorie di lavoratori particolarmente deboli, quali, appunto i riders, che così hanno trovano alcune nuove tutele, a partire dalla copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, fino alla previsione di una retribuzione di base.


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In una deserta Piazza Castello a Torino.

Un mondo che si nutre del lavoro in nero - Tutele minime e spesso solo sulla carta perché il mondo del food delivery si nutre di lavoro nero: le società concrete, che si erano costituite qualche anno fa all’inizio (per lo meno italiano) di questo fenomeno, sono state via via rimpiazzate da applicazioni, da appalti e gestioni dalla configurazione non chiara, con prestanome e vertici difficilmente individuabili. Di fatto oggi i riders vengono assunti spesso con inquadramenti non propri al settore logistica, senza alcune tutele fondamentali, con salari ridicoli e altri rischi di truffa, con contratti personalizzati da agenzie interinali, multi-servizi o con ritenuta d’acconto, una forma che favorisce l’evasione contributiva. Il tutto aggravato dall’isolamento dei riders: per i sindacati è difficile raggiungerli e ancor più raro è il caso in cui questi fattorini passino all’auto-organizzazione in gruppi, anche se in alcune città sono sorte associazioni di tutela che sono pure molto attive, come Deliverance a Milano, Riders Union a Bologna e Roma e Riders per Napoli nel capoluogo campano.

Lo sfruttamento non ferma gli ordini  - La clientela si accorge, e bene, delle condizioni in cui lavorano le persone che portano a casa il piatto prescelto ma questo non ha costituito un freno allo sfruttamento, anzi: il food delivery è un mercato in forte espansione, per lo meno fino allo scorso febbraio, prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria. 

Cosa si ordina? Per tutti in primo luogo pizza ma poi l’ordinazione varia a seconda della località: a Milano la preferenza va al poké, lo stesso per Torino e Roma; Bologna apprezza sempre più i cibi lontani, come il libanese, Napoli rimane fedele alla tradizione e predilige
l’italiano, a Genova si assiste al nuovo trend della pinsa, seguito dalle crèpes, mentre a Brescia e a Verona cresce di più la gastronomia italiana.

Da un’analisi di Coldiretti/Censis, diffusa in occasione dell’uscita dell’ultimo paniere al consumo dell’Istat per l’inflazione 2020, emergeva che un italiano su tre (37 per cento) durante l’anno aveva ordinato dal telefono o dal proprio Pc pizza o piatti etnici, e che a questo mercato si rivolgono 18,9 milioni di italiani: con regolarità (3,8 milioni) o occasionalmente (15,1 milioni), principalmente perché non hanno voglia di cucinare (57,3 per cento) o in occasione di cene speciali (34,1 per cento).  A questi dati si aggiunge lo studio che Just Eat realizza da tre anni all’interno del primo Osservatorio nazionale sul mercato del cibo a domicilio e che tratteggia anche gli scenari di consumo, delle cucine, dei gusti, delle abitudini e delle occasioni ideali di chi si serve del digital food delivery, con uno spaccato che indaga il profilo degli utilizzatori, anche dal punto di vista generazionale e professionale. Dal triennio di analisi è emerso un crescente interesse verso il cibo a domicilio, non solo nelle grandi città italiane, anzi, soprattutto nelle province e in città con una popolazione inferiore a 150mila abitanti.


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Un fattorino su due ruote sfreccia davanti a Palazzo Reale a Milano.


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Le consegne nell'era Covid-19 - In tale panorama ha fatto irruzione lo tsunami del coronavirus, che per questo settore ha significato dapprima un calo quasi scontato, legato alle incertezze determinate dalla situazione e dal timore di contagio, fattori che si sono sommati al maggior tempo a disposizione per cucinare che molti Italiani si sono trovati ad avere in seguito al fermo lavorativo o al cambio di ritmi e modalità di lavoro. Le grandi piattaforme però hanno capito subito il rischio, anche per loro, di crisi, sin dai primi segnali di flessione dei loro affari; sono quindi corse ai ripari con investimenti massicci nella comunicazione tesa a rassicurare i clienti; per esempio il 9 marzo sulla sua pagina Facebook My Menu ha precisato «il nostro servizio di consegna è attivo! Nonostante le criticità di questo momento, stiamo collaborando da giorni con istituzioni e riders per continuare a portare a tutti voi i piatti dei nostri ristoranti partner, ovviamente rispettando le precauzioni del caso». Il 14 marzo Assodelivery ha diramato le sue linee guida ai ristoranti per l’attività di food delivery, rivolte però in primis ai ristoratori che utilizzano il proprio personale per le consegne a domicilio che, come abbiamo visto, sono altro rispetto ai riders. Questi ultimi invece sono stato abbandonati a loro stessi, quanto meno nelle le prime settimane dell’emergenza. «La protezione sta alla nostra iniziativa personale, ognuno è solo anche in questa situazione» aveva osservato un rider bresciano di 19 anni al quale, a metà marzo, è arrivata una e-mail di precisazione poiché in Italia sono entrati in vigore gli obblighi di chiusure di attività e di permanenza nelle proprie case.

 


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Un rider, in Galleria Vittorio Emanuele a Milano.

«Per loro nessuna mascherina» - La Regione Campania l’11 marzo ha deciso di vietare il food delivery, distanziandosi dal decreto ministeriale che invece permetteva l’apertura delle cucine dopo le 18 e le consegne a domicilio. «Nessuno ha dotato i riders di mascherine o guanti, non c’è alcun riferimento a come comportarsi », aveva denunciato in quei giorni Deliverance Milano che, insieme ad altri collettivi, aveva indetto uno sciopero con lo slogan - ‘la nostra vita e la nostra salute valgono più di una pizza, di un sushi o di un panino’. «Siamo lavoratori dipendenti ma sulla carta la falsa autonomia e l’assenza di un contratto ci privano di ogni strumento di difesa e di tutela», si leggeva nel comunicato che invitava i riders italiani a non lavorare per preservarsi dal contagio. Pressoché impossibile stabilire l’adesione allo sciopero ma di certo i riders, sia in quei giorni sia durante quelli di Pasqua e anche oggi, hanno continuano a sfrecciare sulle strade delle città italiane prendendo pure delle multe! Lo ha reso noto sempre il collettivo milanese: il 15 aprile un rider attivo nella zona di Bresso, ha ricevuto una sanzione di «533 euro, reo di aver violato l'ordinanza sulla chiusura dei parchi. Il parco non è recintato e il lavoratore per correre, essendo pagato a cottimo, ha tagliato la strada per fare prima – si legge sulla pagina Facebook – il pubblico ufficiale non ha fatto una piega, nonostante le pizze nel cassone e l’applicazione connessa. Che questo sia il frutto della confusione che impera tra decreti ministeriali, ordinanze regionali e disinformazione delle imprese che non comunicano con i loro lavoratori, non ne abbiamo dubbio. Ma ora chi dovrebbe pagare questa multa se non Deliveroo? Pretendiamo una paga oraria come minimo garantito per i lavoratori subito e un'indennità di rischio visto il pericolo di contagio da Covid-19 per tutta la durata dell'emergenza sanitaria».


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Aspettando una pizza, a Milano.

Un grido d'aiuto alle istituzioni - Deliverance sin dall’inizio dell’emergenza ha anche chiesto l’aiuto alle istituzioni milanesi e a metà aprile ha ottenuto la distribuzione di mille kit di protezione (mascherine, guanti e gel disinfettante) da parte del Comune di Milano. Restano tuttavia senza risposta le altre richieste, riassunte in un documento di 10 punti che chiama in causa datori di lavoro e governo, incitando, invano, la creazione di un tavolo di discussione e contrattazione. Come spesso accade, in Italia il vuoto legislativo viene colmato dalla giurisprudenza e ad inizio aprile il Tribunale di Firenze si è espresso a favore di un rider di Just Eat Italy che aveva chiesto all’azienda la consegna immediata dei dispositivi di sicurezza e, non ottenendoli, si era rivolto ai giudici i quali hanno accolto il suo ricorso, estendendo la disciplina antinfortunistica ai lavoratori delle piattaforme del food delivery. Forse, aveva osservato a febbraio chef Rubio, noto chef televisivo italiano, «non tutti i coronavirus vengono per nuocere; il momento che tutti i riders sottopagati e senza tutele aspettavano da tempo è finalmente arrivato! È giunto il momento di alzare la voce ed esigere ciò che vi spetta».

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