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Detenuti cinesi in una foto d'archivio.
MONDO
21.04.20 - 06:000
Aggiornamento : 25.04.20 - 10:33

Se l'esecuzione viene portata avanti senza dire nulla, nemmeno alla famiglia e agli avvocati

Capita più spesso di quanto si creda e pure in un paese come il Giappone, ne abbiamo parlato con Amnesty International

L'ultimo rapporto dell'associazione svela un 2019 con meno esecuzioni, ma l'enigma Cina resta irrisolto

ZURIGO - Ci sono state meno esecuzioni capitali nel mondo nel 2019 rispetto all'anno precedente. Lo conferma il periodico rapporto di Amnesty International (per le cifre precise guardate il box in fondo all'articolo) che denuncia i troppi punti problematici riguardanti quella che l'associazione chiama: «una sanzione aberrante e disumana». Ne abbiamo parlato con Patrick Walder, esperto di pena di morte di Amnesty International Svizzera.

In Arabia Saudita il 2019 è stato da record e questo malgrado una certa spinta progressista a livello sociale. Come si spiega?

Dal punto di vista dei diritti umani la situazione in Arabia Saudita rimane estremamente problematica, basti pensare alla situazione delle donne e alla detenzione di diverse attiviste che hanno anche subito torture in detenzione, alla persecuzione della minoranza sciita del paese e agli sforzi per mettere a tacere il dissenso in generale. C’è poi la situazione legata al coinvolgimento del paese nella guerra in Yemen.

Per tornare a parlare di pena di morte, tra il 23 gennaio 2015, data della salita al trono di Re Salman, ad oggi Amnesty International ha registrato 789 esecuzioni (stato al 17 aprile 2020): sono cifre spaventose. E nel 2019 c’è stato un forte aumento delle esecuzioni, che hanno preso di mira per la maggior parte cittadini stranieri – i lavoratori del paese, una delle frange della popolazione più esclusa – o appartenenti alla comunità sciita, diventando una vera e propria arma di repressione politica.

Il paese tenta di vendere un’immagine di progressi, ma la realtà non è questa.

Nel 2020 con una società così interconnessa stupisce l'oscurità della Cina, com'è possibile che non si conosca il numero delle esecuzioni?

La Cina controlla sempre di più la propria immagine all’estero, ed è contemporaneamente anche più attiva sulla scena internazionale, complice probabilmente una marcia indietro da parte degli Stati Uniti. Inoltre è un partner economico importante, quindi determinati temi non sono affrontati per non creare screzi nei rapporti con Pechino.

Ma fortunatamente ci sono sempre più ricerche su altri temi importanti che riguardano i diritti umani nel paese, come ad esempio i campi di prigionia in cui sono rinchiusi gli Uiguri, e il tema della sorveglianza pervasiva. Di questo tema si è parlato di più anche “grazie” all’emergenza Coronavirus, e all’uso delle tecnologie da parte delle autorità cinesi per tentare di limitarne la diffusione.

Quello che sappiamo, nonostante questo controllo sempre più importante delle informazioni, è che purtroppo le esecuzioni in Cina sono diverse migliaia, ben più del totale appurato a livello mondiale.

Le condanne a morte sono spesso definitive, i ricorsi destinati a fallire. Come mai?

Sono molti i paesi che non garantiscono processi equi e che ricorrono alla pena capitale, penso ad esempio all’Arabia Saudita, l’Iran, la Cina e l’Egitto, che sono anche tra i paesi che maggiormente ricorrono a questa terribile pratica.

Nel caso di una condanna a morte la possibilità dell’errore c’è sempre, anche quando il sistema giudiziario funziona e i processi sono generalmente equi.

Negli Stati Uniti ci sono in corso circa 150 ricorsi per condanne capitali, si tratta di persone che hanno generalmente trascorso almeno 10 anni nel braccio della morte i cui casi sono stati presi a carico da organizzazioni specializzate.

Il processo per ottenere un riesame è molto lungo. Ma la speranza c’è: nel 2019 negli Usa ci sono stati tre casi di esoneri dalla pena capitale.

In molti paesi, l'esecuzione è una pratica nascosta che viene portata avanti quasi in segreto. Un caso scioccante, in questo senso, è quello del Giappone. Cosa ne pensa?

Sono molti i paesi che operano in segreto. Diventa una vera e propria tortura per la persona condannata ma anche per la sua famiglia.

Per rimanere in Europa penso alla Bielorussia, l’unico paese del continente che mantiene questa pratica: il condannato non sa quando avverrà l’esecuzione, trascorre ogni giorno in attesa senza sapere se quello che sta vivendo è il suo ultimo giorno di vita o no. E la cosa può durare anni. Lo stesso vale per la famiglia, alla quale non resta nulla da fare se non aspettare.

Questa in più viene informata solo una volta avvenuta l’esecuzione, non può recuperare la salma quindi non può fare un funerale: è una lunga e crudele punizione per tutti.

Le cose vanno più o meno così anche in Giappone, paese che per noi è l’immagine della modernità. Anche qui i condannati sono informati dell’imminente esecuzione solo poco prima che avvenga, mentre famiglie ed avvocati sono informati dopo.

Delle tre persone messe a morte nel 2019, una aveva inoltrato ricorso contro la sua condanna, ma nonostante questo l’esecuzione è avvenuta, in barba alle normative internazionali.

In più nel paese vengono anche condannate alla pena di morte persone con disabilità mentali, un’altra grave violazione delle norme internazionali.

Un 2019 in calo, ma non troppo

657 esecuzioni in 20 paesi nel 2019, con diminuzione del 5% rispetto al 2018 (almeno 690) per uno dei totali più bassi negli ultimi dieci anni. Sono questi i dati raccolti da Amnesty International con una grande incognita: la Cina, dove si stima che i boia si siano attivati «migliaia di volte» ma l'informazione è segreto di Stato. Il maggiori carnefici a livello mondiali sono quindi Cina (ignoto ma nell'ordine delle migliaia), Iran (almeno 251), Arabia Saudita (184, record), Iraq (raddoppiati ad almeno 100) ed Egitto (32).

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