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Almeno 80mila uiguri sarebbero stati trasferiti in fabbriche che forniscono i grandi marchi mondiali.
CINA
02.03.20 - 15:520

Decine di migliaia di uiguri costretti a lavorare nelle fabbriche cinesi

Lo denuncia un rapporto dell'Australian Strategic Policy Institute.

Sarebbero 83 i brand internazionali che si avvantaggerebbero di questa pratica.

PECHINO - Almeno 80mila uiguri sarebbero stati trasferiti dalla provincia di Xinjiang a fabbriche sparse in tutto il territorio cinese e che producono prodotti per grandi aziende internazionali.

È la denuncia contenuta in un rapporto dell'Australian Strategic Policy Institute (ASPI) con sede a Canberra. Incrociando dati provenienti da svariate fonti sono state identificate 27 fabbriche, sparse in nove province, che avrebbero fatto uso fin dal 2017 di questi lavoratori dell'etnia turcofona minoritaria. In alcuni casi gli uiguri sarebbero stati trasferiti direttamente dai centri di detenzione, nell'ambito di un programma noto come "aiuto Xinjiang".

Il rapporto denuncia condizioni che «suggeriscono fortemente lavori forzati». Non solo: gli uiguri sarebbero costretti a vivere segregati in dormitori, a imparare il mandarino e a sottostare a un indottrinamento ideologico. La pratica della religione musulmana sarebbe vietata e la libertà di movimento individuale fortemente limitata.

Prodotti dei grandi brand - Le aziende che impiegherebbero queste persone fornirebbero prodotti per 83 marchi globali. Tra di essi ci sarebbero i principali big dell'elettronica come Apple, Samsung, Nokia, Microsoft e Sony, ma anche colossi dell'abbigliamento come Lacoste, Nike, Adidas, Uniqlo, H&M, Puma e Gap. Anche giganti dell'automobilistico come BMW, Volkswagen, Mercedes-Benz, Jaguar e Land Rover sono menzionati.

I rcercatori dell'ASPI concludono che «questo rapporto mette in mostra una nuova fase della campagna di re-ingegnerizzazione sociale della Cina contro le minoranze, svelando nuove prove che alcune imprese stanno usando il lavoro forzato degli uiguri nell'ambito di uno schema di trasferimento del lavoro sponsorizzato dallo Stato, che sta contaminando la catena di approvvigionamento globale».

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