Keystone (archivio)
Gli sbarchi sono iniziati.
ITALIA
31.07.19 - 20:100

Luce verde allo sbarco dalla Gregoretti: «I migranti vanno in 5 Paesi Ue»

Il ministro dell'interno Matteo Salvini concede l'autorizzazione: «Ho avuto la certezza che i 116 profughi verranno ridistribuiti e non saranno a carico dei cittadini italiani»

ROMA-  Si sblocca la situazione dei profughi a bordo della nave Gregoretti: il ministro dell'interno e vicepremier italiano Matteo Salvini (Lega) concede l'autorizzazione allo sbarco dei 116 migranti avendo avuto la «certezza» che tutti verranno ridistribuiti in alcuni paesi europei e in strutture messe a disposizione dalla Conferenza episcopale italiana (Cei). E dunque, «non saranno a carico dei cittadini italiani».

Ma il braccio di ferro sulla pelle di chi scappa dalla Libia non è finito: il ministro dell'interno ha già firmato il divieto d'ingresso, transito e sosta nelle acque italiane per la Alan Kurdi, la nave della organizzazione non governativa (ong) tedesca Sea Eye che ha salvato 40 profughi a 30 miglia da Tripoli: «Vadano in Tunisia, i porti italiani sono chiusi».

Dopo sei giorni costretti loro malgrado a bordo della nave della Guardia Costiera, i 116 migranti possono dunque toccare terra: verranno trasferiti inizialmente nell'hotspot di Pozzallo per le procedure di identificazione e successivamente saranno smistati nei cinque paesi dell'Unione europea che hanno dato la disponibilità ad accoglierli: Francia, che ne prenderà 30, Germania, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda.

Cinquanta, invece, resteranno in Italia, ma non a carico dello Stato. La Cei ha accolto la richiesta del Ministero dell'interno e si farà carico dell'«ospitalità, dell'accoglienza e dell'assistenza anche legale di queste persone», che andranno nella struttura Mondo migliore di Rocca di Papa, ai Castelli Romani. L'iniziativa, dice una nota dei vescovi, «si colloca in un orizzonte di collaborazione che vede lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica compartecipi nell'assistenza e accoglienza dei migranti».

L'annuncio del via libera allo sbarco il ministro lo dà in diretta Facebook. «Ci siamo presi qualche giorno di lavoro per stimolare e svegliare le coscienze, perché sono tutti bravi a fare i generosi con i porti degli altri, e ora posso dire che il problema è risolto». Ma allo sblocco della situazione è indubbio che abbia contribuito anche l'accelerazione impressa dalla procura di Siracusa nella giornata di ieri.

Il procuratore Fabio Schiavone, dopo aver aperto un fascicolo senza indagati e ipotizzando il reato di omissione in atti d'ufficio, ha disposto un'ispezione sanitaria a bordo. La relazione degli infettivologi è arrivata questa mattina: «Ci sono un caso di tubercolosi e un altro di cellulite infettiva - ha detto il magistrato -, 20 di scabbia e qualche altro caso con diverse patologie. In totale sono 29 i migranti con problemi di natura sanitaria" che "devono avere delle cure». E che, dunque, dovevano scendere dalla nave in tempi rapidi.

Dalla procura è così partita una lettera per il Ministero dell'interno in cui si segnalava l'emergenza sanitaria alla quale il lo stesso ministero ha risposto dopo meno di un'ora, annunciando che il via libera sarebbe arrivato di lì a breve. Una risposta, fanno notare in procura, «immediata e in tempi congrui» che ha di fatto escluso qualsiasi altra iniziativa o ipotesi di reato.

Ma per una vicenda che si chiude, un'altra se ne apre. Dopo aver salvato 40 persone al largo della Libia, tra cui un neonato, due bambini e due donne di cui una incinta, la Alan Kurdi ha puntato la prua verso nord. «Chiederemo alle autorità di assegnarci un porto sicuro. E geograficamente Lampedusa è il più vicino».

La reazione di Salvini non si è fatta attendere. Prima ha firmato il divieto d'ingresso nelle acque italiane e poi ha fatto sapere che la nave si trova a 60 miglia dalla Tunisia, a 171 da Malta e a 127 da Lampedusa. «Se la Ong ha davvero a cuore la salute degli immigrati può far rotta verso la Tunisia: se invece pensa di venire in Italia come se niente fosse ha sbagliato ministro».

Si profila dunque un nuovo braccio di ferro tra il ministro e le ong e non è un caso che la Commissione europea sia tornata anche oggi a sottolineare quanto sia «urgente» trovare un accordo tra i paesi dell'Ue affinché venga definito un «meccanismo temporaneo, prevedibile e sostenibile» che consenta a chi viene salvato in mezzo al mare di sbarcare in tempi rapidi. Ma ad oggi non c'è traccia di un'intesa.

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