Husna, che combatte la violenza dell'ISIS con i guantoni da boxe

Si chiamano "Boxing sisters". Sono ragazze che hanno subito atroci violenze. Vivono in un campo profughi nel Kurdistan Iracheno. Siamo entrati in quel campo

Una piccola stanza di 45 mq piena di strumenti musicali e scatole stipate di libri, è tutto ciò che serve a 12 donne yazide per ripristinare la fiducia in se stesse. Con un saccone di sabbia ed un cumulo di guantoni da pugile, la stanza si trasforma in una palestra per un'ora al giorno.

Donne con i guantoni


Giacomo Sini

Guantoni per autodifendersi - Le "Boxing sisters" arrivano qui per imparare come difendersi a mani nude. L’associazione no profit “Lotus Flower” , composta prevalentemente da donne, ha lanciato questo progetto pugilistico per ragazze che hanno subito atroci violenze commesse dai miliziani dell'ISIS. L'obiettivo principale è migliorare la salute fisica e mentale delle partecipanti attraverso il pugilato e l'autodifesa. Per quanto semplice, il programma è stato ben accolto dagli abitanti di Rwanga, un campo profughi nella regione del Kurdistan Iracheno che ospita 15000 sfollati iracheni – IDP, Internal Displaced People – ed alcuni siriani.

Donne ossessionate da ricordi violenti - In questo campo, ogni singola donna è ossessionata da ricordi traumatici di terribili violenze subite  e dalla perdita o scomparsa di qualche persona cara. Col passare del tempo, un numero crescente di donne cerca di lasciarsi alle spalle incubi raccapriccianti, trovando modi differenti di esprimere le proprie forze liberamente. La diciassettenne Husna ed altre sue amiche hanno scelto la boxe. Il fatto che lo sport, secondo molte pugilesse, sia ancora dominato dagli uomini, non impedisce alle ragazze yazide di apprendere le sue straordinarie capacità di potenziamento personali e, cosa più importante, di godere della reciproca compagnia in una squadra solidale. Oltre ciò, come donne e ragazze yazide, esposte all'orrore delle violenze sessuali, Husna e le sue compagne di squadra conoscono molto bene i vantaggi vitali delle tecniche di autodifesa. Vian, il direttore regionale di “Lotus Flower”, ritiene che il programma pilota abbia incoraggiato altre 35-40 donne a iscriversi ai corsi che prenderanno inizio successivamente.


Giacomo Sini
Ogni giorno un istruttore di kickboxing maschile arriva da Dohuk, la città più vicina

Visite illustri di pugilesse - Al momento le giovani pugilesse yazide possono allenarsi solo con un istruttore di kickboxing maschile che viene da Dohuk, la città più vicina. Tuttavia, le Boxing Sisters ricevono occasionalmente visite di campionesse internazionali del mondo pugilistico. Lo scorso settembre Rosana Burgos, allenatrice canadese di Boxe, ha impartito un seminario di due giorni nel campo. «Le ragazze hanno avuto sin da subito un certo feeling con Rosana, poiché l’allenatrice ha condiviso con esse la sua esperienza personale, raccontando degli abusi ed i maltrattamenti ricevuti dagli uomini durante l’arco della sua vita». Spiega Vian.
La prossima visitatrice sarà Cathy Brown, una pugilessa professionista britannica, oggi in pensione, che ha recentemente acquisito un certificato come terapista cognitivo-comportamentale. Attraverso un workshop intensivo, formerà alcune ragazze selezionate all’interno del gruppo delle “Boxing sisters” che trasmetteranno poi le competenze ad altre donne all’interno della comunità.


Giacomo Sini
Gumas: «Questa è una grande opportunità per fare qualcosa che mi piace ed allo stesso tempo aiutare gli altri»

Niente può scoraggiare Husna - Il talento e l'impegno di Husna nel gruppo, l'hanno resa una delle prime possibili candidate. Come fanatica dello sport afferma con esaltazione: «Questa è una grande opportunità per fare qualcosa che mi piace ed allo stesso tempo aiutare gli altri», poi incalza, «un’occasione per sentirmi potente e far provare la stessa sensazione alle altre ragazze». 
Tuttavia, non è la prima volta che Husna si sente così forte: «Ho sempre saputo come affrontare le sfide imposte dalla vita”, racconta. “Mio padre era nell'esercito. È morto pochi mesi prima che io nascessi. Mia madre lo ha seguito poco dopo, prima che io potessi averne anche solo un minimo ricordo. Ecco perché niente può scoraggiarmi».
Husna, vive oggi nel campo con un’amorevole famiglia che descrive come «la sua più grande fonte di forza ma anche il suo unico punto debole». Sua sorella, la nonna, lo zio ed alcuni altri parenti trovarono rifugio nel campo di Rwanga ad agosto del 2014, quando lasciarono tutto alle spalle per salvare le loro vite dalla brutalità dell'ISIS. La vita da allora «sembra essersi fermata in un Limbo interminabile», come rivela la zia di Husna. Anche se la loro terra, Sinjar, è già stata spazzata via dalla presenza dell'ISIS, solo poche famiglie hanno deciso di tornarci.

Contrasti generazionali - Come la maggior parte dei residenti di Rwanga, i parenti di Husna hanno idee contrastanti rispetto al proprio futuro. Sua nonna non vuole vivere da nessuna parte se non nel suo villaggio, patria dei suoi antenati; mentre i membri più giovani la pensano in modo differente. «Le case sono distrutte, le fattorie sono state bruciate e le nostre mandrie sono state rubate», racconta lo zio trentenne di Husna. «Non di meno importanza c’è il fatto che non ci sentiamo più al sicuro a Sinjar», conclude.


Giacomo Sini

Uccisioni e violenze sessuali - Durante l'invasione di Sinjar da parte dell'ISIS, la sua popolazione prevalentemente yazida è stata vittima di orribili crimini tra cui l’uccisione di migliaia di civili e le ripetute violenze sessuali. Per gli yazidi non è la prima volta che ciò accade. Situata in un crocevia strategico tra la Siria, la Turchia e l'Iraq, Sinjar è stata ripetutamente dominata da diversi eserciti nel corso della storia. La peculiare fede degli Yazidi, che combina elementi delle religioni abramitiche (N.d.A. Islam, Cristianesimo, Ebraismo) con antiche religioni come lo zoroastrismo e il mitraismo, è stata usata come scusa per demonizzarli e trasformarli in obiettivi da colpire. Le tre generazioni presenti nella famiglia Husna condividono tutte l'esperienza di aver sempre vissuto sotto la costante minaccia di scomparire.
«Alcuni dei nostri vicini musulmani, hanno accolto positivamente l'arrivo dei miliziani jihadisti fornendogli informazioni sulla nostra famiglia. Se non fosse stato per l'aiuto dei locali, come avrebbe fatto l'ISIS a raggiungerci?».  Questo è quello che chiede la famiglia di Husna, insieme a molti altri yazidi; ciò fa credere a Vian che «uno dei danni maggiori causati dall’invasione dello Stato Islamico sia stato la distruzione della coesione sociale dell’intera regione». Nonostante pensi che le preoccupazioni degli yazidi siano più che valide, ricorda anche come molte famiglie musulmane hanno sofferto allo stesso modo l'attacco alla regione; quest’ultime si rifiutano adesso di tornare indietro per paura di possibili ritorsioni, a causa dei sentimenti prevalentemente ostili nei loro confronti.


Giacomo Sini
Rwanga, un campo profughi nella regione del Kurdistan Iracheno che ospita 15000 sfollati iracheni e alcuni siriani

Voglia di ricostruire - «Ricostruire le strade e gli edifici distrutti è la parte più facile, la vera sfida nell'Iraq del dopoguerra è il ripristino dei legami tra le diverse comunità». Husna sembra essere infastidita da questa conversazione. Le cose per lei appaiono molto più semplici: «Amo la vita e non odio nessuno. Posso fidarmi ed essere amica di chiunque, purché sia disposto ad aiutare gli altri, indipendentemente dalla loro fede, razza o genere».
Per lei, il futuro conta più del passato. «Voglio uscire da qua, vedere il mondo ed imparare il più possibile in modo da poter trarre benefici per le persone a me più care».

Il futuro è nella scuola - Secondo Husna, il problema principale del campo è l’insufficienza di ore dedicate alla scuola. «Quando vivevo a Sinjar avevo buoni voti e sono tuttora una delle migliori studentesse di matematica del campo. I nostri voti si sono comunque abbassati perché purtroppo non abbiamo un'istruzione adeguata».


Giacomo Sini
Husna, una 17enne normale. Come tante altre ragazze della sua età. Ha voglia di studiare e di vivere

Husna non è l'unica donna con una profonda passione per l’educazione. La classe di alfabetizzazione organizzata da Lotus Flower è composta da molte donne giovani e di mezz’età che non hanno avuto l'opportunità di andare a scuola prima. Inoltre le donne condividono le loro conoscenze e abilità l'una con l'altra, espandendole in tutto il campo. Una superstite dell'ISIS, tiene dei corsi di cucito, un’ altra, che è stata tenuta prigioniera dall'ISIS per più di un anno, ha imparato a fare un caffè eccellente in Siria. Ora sta progettando di aprire nel campo una caffetteria per sole donne.

Vian ha notato altri nuovi atteggiamenti all’interno del campo. Come spiega, «riportare la violenza domestica sta diventando più comune mentre è sempre stato un grande tabù». Inoltre, «grazie alle norme sociali positive che hanno prevalso nel campo ed al monitoraggio costante dei volontari, oggi situazioni come quella del non voler mandare i figli (soprattutto le figlie) a scuola sono rare da trovare».


Giacomo Sini

 

Una sorellanza per cancellare le paure - Le storie del campo di Rwanga non possono comunque mascherare la difficile realtà di trascorrere 5 anni consecutivi in un campo, né cancellare dilanianti angosce del dopoguerra che colpiscono le donne Yezide più di ogni altro sopravvissuto alla violenze dell’ISIS. Tuttavia, sostengono l'efficacia delle soluzioni collettive ai problemi comunitari. Le Boxing Sisters sono disilluse e ben consce dell’ impossibilità di poter abbattere con dei guantoni la selvaggia armata dell'ISIS. La loro condizione di vita fa anche sì che vi sia una netta differenza tra loro e le pugilesse professioniste. Vian comunque pensa di creare una sorellanza che cancelli le paure ed insegni a collaborare per potersi sostenere a vicenda. Come spesso ricorda «questo è un risultato da raggiungere che non ha margini di paragone rispetto a quello delle atlete di livello mondiale».

Giacomo Sini e Monir Ghaedi

 

 

Gli yazidi, una minoranza perseguitata

di Dario Ornaghi 


Keystone
Donne curde yazidi protestano contro l'invasione dell'Isis nella città di Sinjar. Migliaia di donne e ragazze curde yazidi sono state vendute come schiave sessuali e costrette a sposare militanti dello Stato islamico, secondo quanto hanno denunciato le Organizzazioni dei diritti umani

Gli yazidi sono una minoranza religiosa di lingua curda che si concentra principalmente in Iraq. Secondo alcune stime, nel mondo il numero degli appartenenti a questa comunità toccherebbe le 700mila persone. Considerati “adoratori del diavolo” da alcune frange di altre religioni monoteistiche del Medio Oriente, gli yazidi sono stati vittime, nei secoli, di numerose persecuzioni.


L'immagine è del 3 agosto 2014. Mostra gli iracheni della comunità Yazidi che arrivano a Irbil, nel nord dell'Iraq, dopo che i militanti islamici hanno attaccato le città di Sinjar e Zunmar. Circa 40mila persone hanno attraversato il ponte di Shela, a Fishkhabur, nella Regione settentrionale curda dell'Iraq, dopo aver ricevuto un ultimatum dai militanti islamici per convertirsi all'islam, pagare una tassa di sicurezza, lasciare le loro case oppure morire.

3 agosto 2014: l’inizio del «genocidio» - L’ultima - riconosciuta dalla Commissione d'inchiesta dell'ONU sulla Siria come genocidio - ha avuto inizio il 3 agosto del 2014, quando i miliziani dello Stato islamico, conquistate vaste aree della Siria e dell’Iraq, hanno attaccato la regione irachena del monte Sinjar, al confine tra i due Paesi, dove vive una delle comunità yazide più grandi. Senza incontrare particolare resistenza a causa della ritirata delle milizie curde Peshmerga, gli estremisti islamici hanno conquistato in poche ore tutti i villaggi e le cittadine ai piedi della catena montuosa, che si estende per 100 km nel nord ovest dell’Iraq.

Colti di sorpresa, gli yazidi che hanno potuto hanno cercato la salvezza sul Sinjar, dove si sono raccolti a decine di migliaia tra le cime che superano i 1’400 metri. Gli altri sono stati catturati a migliaia dall’Isis nel corso di tre giornate.


Keystone
Membri della comunità Yazidi in fuga dagli estremisti islamici

Chi è riuscito a fuggire - tra i 30’000 e i 50’000 tra uomini, donne e bambini - ha dovuto sopportare per giorni la sete, la fame e temperature che toccavano i 50 gradi. L’assedio ad opera dello Stato islamico e le disperate condizioni dei profughi sul Sinjar hanno attirato in quei giorni l’attenzione dei media internazionali e fatto scattare l’intervento militare americano, deciso da Barack Obama e richiesto dalle autorità di Baghdad. Aerei statunitensi, iracheni, britannici, francesi e australiani hanno paracadutato aiuti sull’area. In centinaia, tuttavia, hanno trovato la morte sul Sinjar prima che i fuggitivi potessero essere portati in salvo in Siria grazie a un corridoio creato dalle forze curdo-siriane dell’YPG.

Molti uomini che non erano riusciti a scappare e si sono rifiutati di convertirsi all’Islam sono stati uccisi, spesso freddati con un colpo di arma da fuoco alla testa. Gli altri yazidi rimasti, a migliaia, sono stati catturati dai miliziani dello Stato islamico. Sistematicamente divisi in uomini e donne, sono stati dapprima brevemente trasferiti in diverse località della regione e, poi, spostati in altre aree controllate dai terroristi in Siria. Tra gli uomini finivano tutti i ragazzi di più di 12 anni. Con le donne rimanevano invece i bambini più piccoli di quell’età. Secondo l’ONU, circa 5mila uomini yazidi sono stati massacrati dall’Isis nell’agosto del 2014.


Una donna yazida fugge verso il confine turco

 «Penso di essere stata venduta circa 15 volte»

«Penso di essere stata venduta circa 15 volte. Faccio fatica a ricordare tutti quelli che mi hanno comprata», ha raccontato agli inquirenti della Commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Siria una donna yazida tenuta prigioniera per un anno. Il destino delle donne e delle bambine, anche di 9 anni, era in effetti quello di essere vendute come schiave sessuali, ma non solo, a seconda dell’età e dello stato civile. Venivano infatti divise tra sposate e non sposate e finire in quest’ultimo gruppo rappresentava l’eventualità peggiore perché quelle che ne facevano parte potevano essere vendute ai miliziani dell’Isis per il soddisfacimento dei loro desideri. In alcuni casi, abitanti arabi del Sinjar hanno collaborato con l’Isis per identificare quelle che mentivano. In almeno un episodio si è verificata un’uccisione di massa di donne di più di 60 anni.

Registrate e, talvolta, fotografate, le donne non sposate venivano trasferite da un sovraffollato sito di detenzione all’altro ed esaminate dai terroristi interessati ad acquistarle per importi che andavano dai 200 ai 1’500 dollari. Talvolta la compravendita avveniva in veri e propri mercati di schiave. Inutili i tentativi di molte donne yazide di risultare meno belle o più vecchie sporcandosi il viso e provocandosi ferite. Inutili i tentativi delle compagne di detenzione di trattenerle quando venivano scelte, che spesso finivano con pestaggi. «Ci dicevano di toglierci il velo. Volevano vedere i nostri capelli. A volte ci dicevano di aprire la bocca per controllarci i denti», ha rievocato una donna venduta a un mercato di Raqqah parlando con gli inquirenti.


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Per l’ideologia dell’Isis - che considera gli yazidi degli “infedeli” - una volta vendute, le donne diventavano una proprietà dei miliziani che le acquistavano, che potevano disporre di loro a loro piacimento, rivenderle o regalarle ad altri combattenti. A quel punto iniziava una lunga sequela di pestaggi e brutali violenze sessuali e psicologiche. I tentativi di fuga venivano duramente puniti. A subire vessazioni erano spesso anche i figli di queste donne. Venduti insieme a loro, erano spesso costretti ad assistere alle angherie sopportate dalle loro madri e diventavano loro stessi oggetto di violenze. All’età di 9 anni le figlie delle donne schiavizzate erano a loro volta vendute come schiave. Raggiunti i 7 anni, invece, i figli maschi erano allontanati per essere addestrati come miliziani. Il numero delle donne e dei bambini yazidi resi prigionieri nel 2014 si aggira tra le 5’000 e le 7’000 persone secondo stime dell’ONU e di singoli ricercatori. 


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Uomini costretti alla conversione - Il destino degli uomini e dei ragazzi fatti prigionieri e costretti a convertirsi all’Islam era solo leggermente meno duro di quello delle loro correligionarie donne. Obbligati a partecipare alle preghiere in moschea, non potevano allontanarsi dal villaggio in cui venivano dislocati ed erano regolarmente costretti ai lavori forzati. Picchiati al primo tentativo di fuga, venivano uccisi al secondo. I bambini di più di sette anni erano spogliati della loro identità yazida, ricevevano un nuovo nome islamico ed erano inviati a campi di addestramento come reclute dell’Isis.


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Nadia Murad ha testimoniato la propria esperienza nelle mani dell'Isis

Nadia Murad: un simbolo diventato Nobel per la Pace - Simbolo del dolore inflitto alle donne yazide dallo Stato islamico è Nadia Murad. Nata nel 1993 a Kojo, nel Sinjar iracheno, è stata fatta prigioniera nel 2014 all’età di 19 anni, quando l’Isis ha conquistato il suo villaggio uccidendo 600 uomini, alcuni dei quali suoi familiari. Schiava sessuale dei terroristi per tre mesi, è stata vittima a più riprese di stupri e abusi fino a quando non è riuscita a fuggire.

In Germania, dove ora vive, è diventata un’attivista che si occupa del sostegno delle donne e dei bambini vittime di abusi e della tratta di esseri umani e, nel 2018, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace insieme al ginecologo congolese Denis Mukwege per la sua lotta contro l’uso della violenza sessuale come arma di guerra. «Spero che serva a fare giustizia per quelle donne che hanno sofferto a causa della violenza sessuale», ha dichiarato in occasione del conferimento del prestigioso riconoscimento.


Carla Del Ponte ha fatto parte della Commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Siria, poi abbandonata in segno di protesta per l'inazione della giustizia internazionale

«L’Isis ha commesso un genocidio»

«L’Isis ha commesso il crimine di genocidio e molteplici crimini contro l’umanità e di guerra contro gli yazidi, migliaia dei quali sono tenuti prigionieri nella Repubblica Araba di Siria dove sono sottoposti a orrori quasi inimmaginabili», scriveva nel 2016 la Commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Siria - della quale faceva parte anche Carla Del Ponte - nel rapporto “‘Sono venuti per distruggere’: i crimini dell’Isis contro gli yazidi ”.

E continuava: «L’Isis ha tentato di distruggere gli yazidi per mezzo di uccisioni, schiavitù sessuale, asservimento, tortura, trattamento inumano e degradante, trasferimento forzato causa di danni mentali e fisici, condizioni di vita che conducono a una morte lenta, imposizione di misure che prevengono la nascita di bambini yazidi, inclusa la conversione forzata degli adulti, separazione di donne e uomini yazidi e traumi mentali».

 

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