Il Venezuela spacca il mondo e ricrea "la guerra fredda"

40 morti. 696 arresti. Povertà e corruzione. Il Paese sudamericano, tra democrazia e dittatura, è immerso in una profonda crisi istituzionale. Il racconto di settimane di proteste e tensioni


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Juan Guaidó

In queste settimane gli occhi del mondo sono puntati sul Venezuela in un crescendo di tensioni sociali che sembrano destinate a mutare gli equilibri geopolitici mondiali. Al grido di “Sí, se puede” il 23 gennaio di quest’anno, durante una manifestazione di piazza, Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea nazionale dal 5 gennaio scorso, si è autoproclamato ‘Presidente ad interim’ del Venezuela al posto dell’attuale presidente Nicolás Maduro, con tanto di giuramento davanti alla folla. Nelle strade è scoppiato il caos e ad oggi si contano già 40 vittime e 696 persone arrestate dall’esercito rimasto fedele a Maduro. 

Le notizie provenienti dal Paese sudamericano hanno avuto una immediata eco mondiale che ha portato, in breve, a una situazione politica che ricorda la divisione del mondo in due blocchi di influenza degli anni della guerra fredda: da una parte, infatti, la maggior parte dei Paesi sudamericani, gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea hanno da subito manifestato il proprio appoggio a Guaidó invocando «libere elezioni in Venezuela», mentre Turchia, Siria, Iran, Cuba, e soprattutto la Russia di Putin, hanno condannato fermamente l’autoproclamazione avvenuta a danno di Maduro, confermando tutto il proprio sostegno a quest’ultimo.

Un malcontento che viene da lontano

Quanto successo nel mese di gennaio in Venezuela è la manifestazione visibile di un malessere e malcontento crescente a livello sociale che cova da diversi decenni e che si è incancrenito nel clima di odio e repressione politica portata avanti da Nicolás Maduro.


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Hugo Chávez nel 1998

Tra le democrazie più longeve - Quando nel 1998 Hugo Chávez si candidò per la prima volta alle elezioni presidenziali, il Venezuela era tra le democrazie più longeve e ricche del Sudamerica. Il petrolio ne aveva fatto una terra florida e il Pil vantato dal Paese era tra i più fiorenti a livello mondiale con circa 300 miliardi di barili di risorse petrolifere accertate già dagli anni ’50. Chávez fece grandi promesse anche alle sacche povere della popolazione e i tanti abitanti delle favelas si precipitarono a votarlo.

Quattordici anni dopo, nel 2013, anno in cui Nicolás Maduro prende il posto di Chávez, che prima di morire lo aveva nominato quale suo successore, il Venezuela è una terra impoverita da una crisi economica che ha messo in ginocchio la popolazione.


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Henrique Capriles Radonski

Le elezioni politiche vengono immediatamente contestate e fin da subito il partito dell’opposizione sostiene che Maduro non sia un presidente democraticamente eletto e chiede un nuovo conteggio delle schede elettorali che non verrà concesso. Il risultato elettorale sarà ratificato dal Consiglio Nazionale Elettorale che ufficializza l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Maduro con il 50,78% dei voti contro il 48,95% dello sfidante Henrique Capriles Radonski. 


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Maduro, nel solco del socialismo bolivariano


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Nicolás Maduro nel 2013

Il nuovo Presidente si muove nel solco del socialismo bolivariano intrapreso da Chávez ma il suo governo è caratterizzato da una diffusa corruzione e da metodi antidemocratici nei confronti dei propri oppositori politici. Inoltre, come detto, il Venezuela attraversa una gravissima crisi economica dovuta soprattutto al calo del prezzo del petrolio. Con un Pil ridotto quasi della metà e una inflazione da capogiro, oltre l‘800%, il Venezuela è quasi uno Stato fallito e sembra quasi incredibile che appena 50 anni prima potesse vantare una ricchezza doppia rispetto a quella dell’Italia, quadrupla rispetto a quella del Giappone e di gran lunga maggiore a quella di Canada, Svezia e Australia.

Un tempo un Eldorado per tanti immigrati - Il Venezuela infatti è il Paese con le più grandi risorse energetiche del pianeta, incluse le meno pregiate sabbie bituminose. Dopo la scoperta del petrolio, negli anni ’20 del secolo scorso, il Venezuela ha costruito sull’oro nero una economia in costante crescita tanto da risultare, nel 1982, la più fiorente del Sudamerica. Un enorme gettito di soldi che veniva investito nei programmi sociali quali l’assistenza sanitaria, l’istruzione, i trasporti e i sussidi alimentari: i lavoratori del Venezuela erano i più pagati dell’America Latina. È facile comprendere come questo Stato sia sembrato, per molto tempo, quasi un Eldorado per i tanti immigrati europei provenienti in special modo dalla Spagna, Portogallo, Germania, dalla stessa Svizzera ma, soprattutto dall’Italia. Si stima, infatti, che negli anni ’60 la comunità di lingua italiana in Venezuela fosse più numerosa di quella spagnola e portoghese.


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Petrolio a picco e inflazione - Le cose però cambiarono drasticamente a metà degli anni ’80 quando, a causa dell’eccesso di offerta globale del petrolio e i prezzi in calo, iniziarono a mettere in crisi l’economia venezuelana totalmente concentrata sul comparto energetico. L’inflazione è quindi arrivata a dei picchi altissimi, l‘84,5 % nel 1989 per poi arrivare al 99,9% nel 1999. Nel 2000, con Chávez ancora presidente, si assistette ad un nuovo aumento del prezzo del greggio ma il fenomeno fu di breve durata e dopo l’arrivo di Maduro al governo i prezzi erano nuovamente crollati. Dal 2003 il Venezuela ha un regolamento sulle trasmissioni in valuta estera voluta dal governo Chávez con la giustificazione di voler proteggere il livello di riserve internazionali. A causa però di questa distorsione degli scambi alcuni beni di consumo hanno cominciato a scarseggiare e tante industrie sono state costrette a chiudere a causa della mancanza di materie prime.


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Mancano cibo ed elettricità - Per contrastare la crisi, Nicolás Maduro ha varato alcune ‘offensive economiche’, accusando il capitalismo per la speculazione che sta creando alti tassi di inflazione: ha così decretato l’aumento del 103% della soglia minima di stipendi e pensioni al fin di combattere la svalutazione del Bolívar e l’aumento del costo della vita, oltre ad avere accettato un prestito speciale dalla Cina di 5.000 milioni di dollari. Eppure ad oggi il Paese ha enormi carenze di cibo, di elettricità e di altri beni di prima necessità con la conseguenza che il peggioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti, costretti a sottostare al razionamento di viveri e medicinali, ha portato ad un aumento esponenziale della criminalità.

Il sostanziale problema del Venezuela è infatti quello di aver costruito una economia essenzialmente dipendente dalla esportazione del petrolio ed è per questo motivo che ad ogni crisi legata al greggio corrisponde una devastante crisi economica per il Paese sudamericano. Nel 2018 si stima che le esportazioni petrolifere siano crollate ai minimi di quasi 30 anni fa: nel 2012 il Venezuela produceva 2,9 milioni di barili di petrolio al giorno e ne esportava 2,1 mentre sei anni dopo, nel 2018 sono stati estratti 1,3 milioni di barili al giorno esportandone 1,2 milioni e gli analisti hanno stimato per il 2019 un calo di circa 300 - 500 mila barili al giorno. La compagnia petrolifera di Stato, la Pdvsa, è sommersa dai debiti e una restaurazione dello stato di leader nel campo dell’esportazione petrolifera sembra veramente impresa quasi impossibile.

Le prime proteste di piazza


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Leopoldo López

A causa della povertà crescente nel 2014 hanno inizio delle proteste di piazza che diventeranno presto vere e proprie sommosse capeggiate dal leader del partito di opposizione ’Voluntad Popular’ Leopoldo López, che verrà in seguito condannato agli arresti domiciliari. I morti sono centinaia e diverse organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani denunciano diversi casi di uccisioni, torture e maltrattamenti, oltre ad episodi di violenza sessuale ai danni dei manifestanti.

Nel 2017 Nicolás Maduro viene denunciato dalla procuratrice venezuelana Luisa Ortega Díaz presso la Corte Suprema con l’accusa di aver assassinato, dal 2015 al 2017, circa ottomila persone, nonché attuato la tortura, la detenzione arbitraria, la violazione di domicilio e la sottoposizione dei civili ai tribunali militari per ragioni politiche. La procuratrice, in seguito alle accuse, è stata prontamente rimossa dall’Assemblea Costituente, la cui maggioranza era detenuta da Maduro, e, in pericolo di vita, ha dovuto abbandonare il Venezuela e rifugiarsi a Bogotà. Con una economia sempre più in calo, Maduro inizia ad accusare «I Paesi capitalisti quali artefici di una cospirazione economica internazionale» il cui risultato sono gli alti tassi di inflazione e la diffusa carenza di beni di prima necessità: nel triennio 2013-2016 il Venezuela si classifica al primo posto a livello globale con il più alto indice di miseria e secondo uno studio condotto dalla Università Cattolica Andrés Bello, pubblicato nel 2015, «l‘11,3 % dei venezuelani effettua solo due pasti al giorno» mentre tanti generi alimentari molto comuni, come le uova, sono scomparse dalla tavola.


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Maduro rieletto


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Il momento dell'attentato a Maduro

Il 21 maggio 2018 Nicolás Maduro viene rieletto per un secondo mandato al termine di contestatissime elezioni presidenziali, caratterizzate da un tasso di astensionismo superiore al 50% e dichiarate illegittime dai suoi oppositori che denunciano le pressioni e le intimidazioni ricevute dagli elettori, chiedendo nuove elezioni. Il 4 agosto 2018, nel corso di un suo discorso in occasione della parata militare per l’81° anniversario della Guardia nazionale, Maduro è bersaglio di un attentato portato a compimento con l’utilizzo di droni carichi di esplosivo e di cui viene accusato l’estrema destra con la collaborazione dei governi di Colombia e Stati Uniti.

Un gruppo paramilitare semi sconosciuto noto con il nome di ‘Movimento nazionale dei soldati in camicia’ rivendicò di essere l’autore dell’attentato mentre, secondo altre fonti, lo stesso sarebbe opera del governo chavista per giustificare la dura repressione condotta contro l’opposizione. Le elezioni presidenziali in Venezuela del 2018 sono state, quindi, da subito duramente contestate: a livello internazionale l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva denunciato la mancanza di trasparenza delle votazione e diversi stati tra cui gli Stati Uniti, il Canada, il Brasile e l’Argentina, non avevano riconosciuto il risultato delle elezioni. In Venezuela invece, l’Assemblea Nazionale, controllata dal partito dell’opposizione ma di fatto esautorata dei suoi poteri, dichiarò da subito invalide le elezioni, mentre l’Assemblea costituente e l’esercito nazionale continuavano ad appoggiare la rielezione del vecchio presidente.


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Juan Guaidó

Maduro «usurpatore illegittimo» - Il 10 gennaio Maduro si insedia ufficialmente per il suo secondo mandato ma passa appena un giorno e l’11 gennaio, il presidente del Parlamento Juan Guaidó, durante una manifestazione anti governativa, dichiara Maduro «usurpatore illegittimo» dichiarando di essere pronto ad assumersi l’incarico di Presidente ad interim per condurre il Paese verso nuove e democratiche elezioni. Ingegnere, classe 1983, Guaidó è figlio di una insegnante e di un pilota di aerei di linea, e proviene da una famiglia della classe media venezuelana. Dopo il disastro naturale conosciuto come il ‘disastro di Vargas’ del 1999, la sua famiglia si trova senza lavoro e casa e sembra sia stata questa dura esperienza ad aver plasmato anche le sue idee politiche. Fin da studente infatti manifesta la propria opposizione al chavismo, aderendo, tra il 2007 e il 2008, alle proteste studentesche contro il presidente Chávez, per poi entrare a far parte del partito centrista e progressista ‘Voluntad Popular’ di Leopoldo López e assumerne, in pochi anni, la figura di leader. Il 5 gennaio viene nominato come presidente dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento unicamerale venezuelano, e da allora si afferma quale simbolo della ‘rivolta’ condotta contro lo stato di fatto. «Non siamo vittime, siamo sopravvissuti e guideremo questo paese verso la gloria che si merita» ha affermato Juan Guaidó incitando la folla a sostenerlo, tramite pubbliche manifestazioni, in quest’opera di rinnovamento politico.


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Juan Guaidó

Un presidente ad interim


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Il 16 gennaio l’Assemblea nazionale ha dichiarato Nicolás Maduro «usurpatore della presidenza» ritenendo, di conseguenza, «giuridicamente inefficace» la situazione esistente nel Paese, ma la vera svolta avviene il 23 gennaio quando il presidente dell’Assemblea nazionale Guaidó, davanti a migliaia di sostenitori riunitisi in piazza da giorni, alzata la mano destra afferma di «assumere formalmente la responsabilità dell’esecutivo» e si autoproclama presidente al fine «di ottenere la fine dell’usurpazione, un governo di transizione e libere elezioni».

Alla fine del proprio discorso ha poi chiesto a tutti i presenti di prestare anch’essi giuramento al fine di impegnarsi «a ristabilire la Costituzione in Venezuela». Successivamente, tramite i social, Guaidó ha invocato il sostegno anche delle Forze armate ricordando che «la violenza è l’arma dell’usurpatore, la nostra è invece la voce di milioni di venezuelani che incontreremo di nuovo in strada in pace per il Venezuela». Guaidó di fatto ha applicato l’articolo 233 della Costituzione venezuelana che conferisce al presidente dell’assemblea nazionale l’incarico di Presidente ad interim nel caso in cui il presidente in carica non abbia adempiuto ai basilari compiti del proprio ufficio e sia quindi in pericolo il costituito ordine democratico.


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Nicolás Maduro

Il compito: convocare libere elezioni - Compito del presidente pro tempore è quello di convocare libere elezioni entro 30 giorni dall’assunzione dell’incarico.

Il compito di Guaidó di traghettare il Venezuela verso nuove elezioni non sembra per niente facile: alla proclamazione in piazza, Maduro ha risposto affacciandosi dal balcone presidenziale della residenza Miraflores e rivolgendosi alla folla dei suoi sostenitori, in una sorta di contro manifestazione, dichiarando «siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chávez e siamo in questo palazzo per volontà popolare e solo la gente ci può portare via. È in atto un colpo di Stato, hanno intenzione di governarci da Washington». Inoltre il ministro della difesa nazionale, il generale Vladimir Padrino López, ha dichiarato in un tweet che «le Forze armate del suo paese non accettano un presidente imposto da oscuri interessi o che si è autoproclamato a margine della legge» confermando il suo appoggio a Maduro. Non è difficile capire che, per quest’ultimo, sono proprio gli Stati Uniti i diretti responsabili, di quanto sta accadendo in Venezuela in queste settimane.

L'appoggio internazionale


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Di fatto proprio Trump è stato il primo a raccogliere l’appello di Guaidó dichiarando tramite il proprio account Twitter «I cittadini del Venezuela hanno sofferto troppo a lungo nelle mani del regime illegittimo di Maduro. Oggi riconosco ufficialmente il Presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó come Presidente ad interim del Venezuela». Trump ha poi diffuso una nota nella quale sottolinea che «in questo ruolo come legittimo ramo del governo eletto dal popolo venezuelano, l’Assemblea nazionale ha invocato la costituzione del paese per dichiarare illegittimo Nicolás Maduro e dunque il suo incarico vacante».

Per tutta risposta Maduro ha dato un ultimatum agli Stati Uniti invitandoli a ritirare, entro 72 ore, i propri diplomatici interrompendo così «ogni relazione diplomatica e commerciale con il governo imperialista». Agli Stati Uniti si sono poi affiancati, nel riconoscere quale presidente pro tempore Guaidó, il Canada di Justin Trudeau e la maggior parte dei Paesi sudamericani quali Brasile, Argentina Paraguay, Colombia, Perù, Ecuador Cile, Guatemala e Costa Rica che da tempo seguivano preoccupati le vicende venezuelane.


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Federica Mogherini

L'UE Guaidó, Messico e Cuba con Maduro - con In Europa si schierano con Guaidó la Francia, la Spagna, la Germania e il Regno Unito che chiedono a Maduro di convocare elezioni libere e democratiche. L’Alta rappresentante dell'Unione europea Federica Mogherini ha dichiarato che «l’Ue chiede con forza l’avvio di un processo politico immediato che porti ad elezioni libere e credibili in conformità con l’ordine costituzionale e appoggia l’Assemblea nazionale in quanto istituzione democraticamente eletta». Di contro, a sostegno di Maduro, si sono apertamente dichiarati il Messico, Cuba, Bolivia, la Siria e l’Iran. Anche la Turchia è schierata con Maduro ed in una telefonata privata Erdogan avrebbe detto «Fratello mio Maduro, tieni duro, ti stiamo accanto» ma soprattutto la Russia di Vladimir Putin che, in una nota del proprio Ministro degli Esteri arriva ad ipotizzare la degenerazione della situazione venezuelana in una guerra civile. Un gruppo di miliziani privati collegati al Cremlino, secondo l’agenzia di stampa britannica Reuters, sarebbero volati in Venezuela per rinforzare la sicurezza del presidente ‘destituito’.


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Ignazio Cassis

La Svizzera «osserva con attenzione» - Il 27 gennaio, da Davos, il capo del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), Ignazio Cassis, assicura che la Svizzera «segue con inquietudine le tensioni in Venezuela e osserva attentamente l'evoluzione della situazione». Il consigliere federale ticinese, tuttavia, ricorda che la Confederazione riconosce gli Stati e non i governi, si astiene dal prendere posizione sul contenzioso Maduro-Guaidó e rimane a disposizione per eventuali mediazioni.  

21 Paesi UE con Guaidó. Governo italiano diviso - L'appoggio ufficiale a Guaidó di 21 Paesi dell'UE arriva a partire dal 4 febbraio, con lo scadere del termine indicato per convocare nuove elezioni. Cipro, Grecia, Italia e Irlanda continuano però a dichiarare di non volere esercitare ingerenze negli affari interni del Venezuela, auspicando al massimo un ritorno alle urne. Nella vicina penisola il governo scricchiola, con il vicepremier leghista Matteo Salvini che rompe gli indugi e definisce Maduro un «delinquente», un «fuorilegge» e un «presidente abusivo» e il premier Giuseppe Conte ma soprattutto il MoVimento 5 Stelle che non intende chiedere la rimozione di Maduro. 


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Da sinistra: Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini

La questione all'Onu


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Il ministro degli Esteri venezuelano, Jorge Arreaza

Le notizie provenienti dal Venezuela si susseguono a ritmo incalzante con un effetto dirompente a livello mondiale. Il 25 gennaio, durante una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, si è assistito ad uno scontro tra Russia e Cina, appoggiati da Nicaragua e Bolivia, che sostengono Maduro e Stati Uniti ed Ue i quali appoggiano l’operato di Guaidó e auspicano vivamente «nuove elezioni libere». Il 28 gennaio Juan Guaidó dichiara di aver dato inizio ad una «presa di controllo progressiva ed ordinata» degli asset venezuelani dichiarando, tramite un tweet, che «è necessario impedire che nella sua fase di uscita e non contento di aver rubato tutto quello che hanno rubato dal Venezuela, l’usurpatore e la sua banda non decidano di raschiare il fondo del barile». Il riferimento a Maduro, da subito etichettato come ‘l’usurpatore’ e il gruppo di chavisti è fin troppo evidente.

Guaidó tira dritto - Guaidó informa inoltre di aver ordinato il trasferimento dei conti della Repubblica venezuelana ponendoli sotto il controllo delle legittime autorità, e cioè il Parlamento così come richiede la Costituzione. Guaidó quindi non si tira indietro ma, al contrario, porta avanti con sicurezza il suo ruolo di ‘traghettatore’ del suo Paese verso una nuova democrazia. Questo nonostante il clima di ostilità che i fedelissimi di Maduro alimentano intorno a lui: il procuratore generale del Venezuela Tareck William Saab infatti ha chiesto al Tribunale Supremo di Giustizia di vietare l’espatrio di Guaidó e di congelare i suoi conti bancari mentre lo stesso Guaidó denuncia che la Faes, una squadra di intervento speciale della polizia venezuelana, si sia recata a casa sua alla ricerca della moglie Fabiana Rosales che aveva seguito il marito alla conferenza di presentazione del ‘Piano del Paese’, il piano programmatico preparato dall’opposizione per il futuro del Venezuela.

Apertura a legislative, ma niente presidenziali


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Il 30 gennaio Maduro sembra aprire al dialogo dichiarando di essere disposto ad indire elezioni legislative anticipate ma rifiuta categoricamente che lo stesso discorso possa valere per le elezioni presidenziali. Continua quindi il duro braccio di ferro con Guaidó che a livello sociale ha già portato a 70 persone, molti giovanissimi, uccise duranti gli scontri di piazza e all’arresto di numerosi manifestanti tra cui 5 giornalisti accusati portati in carcere dal servizio di intelligence della polizia nazionale. Continua quindi la linea dura di Maduro che da sempre ha condotto una strenua lotta contro la libertà di stampa, riducendo così al silenzio voci contrarie al suo governo. Particolarmente drammatica la situazione nella città di Maturín nello stato orientale di Monagas, dove l’esercito ha assediato la cattedrale al cui interno si erano rifugiate oltre 700 persone che solo dopo diverse ore solo riuscite ad uscire.

L'Europarlamento riconosce Guaidó - Il 31 gennaio il Parlamento europeo ha riconosciuto Guaidó legittimo ‘Presidente ad interim’ con 409 voti a favore, 104 contrari e 88 astenuti. La miniplenaria di Bruxelles ha adottato una risoluzione non vincolante nella quale rimarca il proprio sostegno all’Assemblea nazionale, organo democratico legittimamente eletto, le cui decisioni e prerogative, compresa la salvaguardia dei suoi rappresentanti, deve essere rispettata. Tra coloro che si sono astenuti spicca l’Italia. Tale astensione riflette la spaccatura a livello governativo dei partiti della Lega e del Movimento 5 stelle, incapaci di assumere una decisione univoca nei confronti della situazione venezuelana, con la Lega favorevole a Guaidó e il Movimento pentastellato più vicino a Maduro.


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Una piazza duale - Juan Guaidó, forte del sostegno statunitense ma consapevole della fondamentale importanza del riconoscimento dell’Europarlamento, intervistato dal telegiornale italiano, ha chiesto all’Italia «di fare la cosa giusta», ricordando la drammatica situazione interna al suo Paese. Nel frattempo continuano le manifestazioni di piazza: il 2 febbraio migliaia di persone sono scese in strada chi a sostegno di Nicolás Maduro chi di Juan Guaidó. Il dualismo presidenziale quindi non sembra trovare soluzione. Durante la manifestazione, lungo l’Avenida Bolívar, per il ventennale dell’elezione di Hugo Chávez quale presidente della Repubblica, infatti, Maduro ha dichiarato che «Il colpo di stato voluto dagli Stati Uniti ha fallito. Li abbiamo sconfitti con la pace» ottenendo il plauso della folla di fedelissimi molti dei quali indossavano le divise rosse e marroni delle milizie bolivariane.


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«Maduro è solo» - Di contro Juan Guaidó ha salutato le migliaia di persone riunite a Las Mercedes per manifestargli il proprio sostegno garantendo loro che «Maduro è rimasto completamente solo. Oggi il Venezuela sorride di un sorriso che nasce dalla speranza di riuscire a cambiare il nostro Paese» ed ha annunciato «la creazione di una coalizione internazionale per gli aiuti umanitari e la libertà del Venezuela». In effetti Maduro inizia a perdere terreno basti pensare a quanto successo nelle ultime ore: il generale della pianificazione strategica dell’alto comando militare dell’aeronautica Francisco Estéban Yánez Rodríguez ha registrato un video per dichiarare che «non riconosco l’autorità dittatoriale di Nicolás Maduro e riconosco il deputato Juan Guaidó come presidente incaricato della repubblica bolivariana del Venezuela». Il generale chiede poi ai propri commilitoni «di non voltare le spalle al popolo venezuelano, basta con la repressione. Il dittatore ha due aerei pronti. Vada via».

«Indegno chi tradisce la Patria» - Quanto dichiarato da Rodríguez ha un effetto dirompente considerando che le forze armate venezuelane si sono da subito schierate al fianco di Maduro. L’Aeronautica venezuelana ha subito ribattuto, tramite il proprio account di Tweet che «indegno è il militare che non rispetta il giuramento di fedeltà e lealtà verso la Patria di Bolívar», ma di fatto il primo strappo è avvenuto e non rimane che vedere se, nell’evolversi della situazione, l’esempio del generale Rodríguez verrà seguito da altri fedeli della prima ora di Maduro. Il Venezuela si trova a vivere un dilemma di proporzioni storiche tra il seguire l’eco democratico di Juan Guaidó o proseguire nel solco chavista di Nicolás Maduro, scongiurando, possibilmente, il pericolo di una guerra civile. Una scelta destinata comunque a cambiare i futuri scenari di politica mondiale.

Il papa pronto a mediare


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Maduro (a sinistra) con Papa Francesco

Per tentare di ricomporre la crisi che attraversa il Paese, il 2 febbraio Maduro è arrivato a scrivere a Papa Francesco per chiedere la mediazione della Santa Sede. Il pontefice gli ha risposto il 5, di ritorno dal suo viaggio negli Emirati Arabi Uniti, assicurando che la richiesta sarebbe stata valutata purché venisse «da entrambe le parti»: «Vedremo cosa si può fare», ha dichiarato Francesco. «La mediazione tra Argentina e Cile fu un atto coraggioso di Giovanni Paolo II che evitò una guerra», ha ricordato speranzoso.

«Siamo un Paese molto cattolico» - L'idea è stata raccolta anche da Juan Guaidó che, il 7 febbraio, ha fatto «appello affinché tutti quelli che possono aiutarci, come il Santo Padre, possano collaborare per la fine dell’usurpazione, per un governo di transizione, e a portare a elezioni veramente libere in Venezuela, al più presto». «Sarei felice di ricevere il Papa nel nostro Paese, un Paese molto cattolico, molto devoto, di grande tradizione religiosa», ha assicurato l'autoproclamato presidente ad interim ai microfoni di Sky TG24.

«Sarebbe una presa in giro» - Dalla Chiesa cattolica in Venezuela, però, è emerso il disagio per l'apertura verso Maduro, osteggiato dai cardinali locali in favore di Guaidó. «Penso che le circostanze dovrebbero indurre a dire di no», ha commentato fuori dai denti il cardinale Baltazar Enrique Porras Cardoso l'8 febbraio su Radio Capital. «Sarebbe solo una presa in giro», ha aggiunto.  


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Il cardinale Baltazar Enrique Porras Cardozo

La Santa Sede mette in guardia: mancano «gesti concreti» - Anche in Vaticano, del resto, la speranza stava già lasciando spazio alla disillusione. In una lettera datata 7 febbraio 2019 ma resa pubblica solo il 13 dal Corriere della Sera, il papa ha risposto a Maduro ricordando i tentativi già portati avanti dalla Santa Sede per favorire il dialogo: «Purtroppo, tutti si sono interrotti perché quanto era stato concordato nelle riunioni non è stato seguito da gesti concreti per realizzare gli accordi», lamenta il pontefice. Nella missiva Francesco ha ribadito di essere disponibile per favorire un dialogo, «ma non qualunque dialogo»: solo «quello che si intavola quando le differenti parti in conflitto mettono il bene comune al di sopra di qualunque altro interesse e lavorano per l’unità e la pace». Firmato "Francesco" e indirizzato all'«Eccellentissimo signor Nicolás Maduro Moros», senza "Presidente".


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Gli aiuti fermi al confine


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Oltre che di ultimatum e offerte di mediazione, la pressione internazionale è fatta anche di aiuti umanitari, sotto forma di cibo e medicine. Il 7 febbraio sono arrivati al confine tra Colombia e Venezuela i primi camion statunitensi carichi di riso, lenticchie e farina, per dare sollievo a una popolazione venezuelana fiaccata dalla difficile reperibilità di generi alimentari.

Ponte bloccato - Deciso a non lasciarsi umiliare da Washington, però, Maduro ha vietato l'ingresso del convoglio nel proprio Paese. Già il giorno prima, la Guardia nazionale venezuelana ha bloccato il ponte che collega Cúcuta, in Colombia, con il Venezuela disponendo container e autocisterne di traverso sulle tre carreggiate della struttura.  «È una farsa montata dal governo degli Stati Uniti con la compiacenza di quello colombiano», ha dichiarato Nicolás Maduro alla Bbc. «Il tentativo è quello di umiliare i venezuelani», ha aggiunto.


Twitter


 Ultimatum il 23 febbraio - Juan Guaidó, però, si è detto deciso a fare in modo di lasciare entrare gli aiuti non solo da Cúcuta, ma anche dallo Stato brasiliano del Roraima e altri due valichi. L'11 febbraio ha annunciato via Twitter la distribuzione di «1,7 milioni di razioni» per bambini e «4'500 supplementi» nutrizionali per donne incinte, senza tuttavia specificare la loro provenienza. Il 12, parlando a una folla di suoi sostenitori, il 35enne ha annunciato l'ultimatum del 23 febbraio per l'ingresso di tutti gli aiuti umanitari in Venezuela.

Italia cauta, tensioni al Consiglio di sicurezza


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Enzo Moavero Milanesi

Dopo che, l'11 febbraio, Juan Guaidó ha inviato una lettera all'Italia per esprimere il proprio «sconcerto» per la posizione attendista e contraddittoria del Paese europeo, il ministro degli Esteri di Roma, Enzo Moavero Milanesi, si è sbilanciato leggermente e, a nome dell'esecutivo, ha messo in dubbio la «legittimità democratica» di Maduro: «Il governo ritiene che le scorse elezioni presidenziali non attribuiscano legittimità democratica a chi ne è uscito vincitore, cioè Nicolás Maduro», ha affermato il politico italiano in parlamento. Moavero Milanesi, tuttavia, si è limitato ad auspicare nuove elezioni presidenziali «al più presto» e non ha citato Guaidó. Contestualmente, la Camera ha approvato una mozione sostenuta da MoVimento 5 Stelle e Lega che impegna l'esecutivo italiano a «sostenere gli sforzi diplomatici» per arrivare a nuove consultazioni.


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Risoluzioni contrastanti all'Onu - La spaccatura che divide il mondo tra chi sta dalla parte di Guaidó e chi invece appoggia Maduro è tornata a palesarsi anche al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Qui, gli Stati Uniti hanno presentato una bozza di risoluzione che chiede di facilitare la consegna degli aiuti umanitari, esprime «pieno supporto» all'Assemblea nazionale capeggiata da Guaidó, invoca elezioni presidenziali anticipate e «credibili» ed esprime preoccupazione per «la violenza e l'uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza venezuelane». Di contro, la Russia ha elaborato una bozza alternativa, che esprime «preoccupazione» per «le minacce dell'uso della forza contro l'integrità territoriale e l'indipendenza politica» del Venezuela.

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