Keystone
IRAN
04.11.18 - 21:050

Bandiere americane date alle fiamme a Teheran

L'Iran scende in piazza contro Donald Trump nell'anniversario dell'occupazione dell'ambasciata statunitense e alla vigilia del ripristino delle sanzioni USA

TEHERAN - L'Iran scende in piazza contro Donald Trump nell'anniversario dell'occupazione dell'ambasciata statunitense di Teheran e alla vigilia del ripristino delle sanzioni americane dopo l'uscita di Washington dall'accordo sul nucleare.

A 39 anni dalla presa in ostaggio di 52 dipendenti della sede diplomatica, un «doppio appuntamento» nel segno di una rinnovata ostilità nei confronti di una America sempre più aggressiva e che, anche se solo nella propaganda della proiezione esterna verso l'occidente, mostra un fronte compatto delle diverse anime del regime degli Ayatollah: dalla Guida Suprema Ali Khamenei al presidente Hassan Rohani fino al generale Mohammed Ali Jafari, capo dei Guardiani della Rivoluzione e al presidente del parlamento Ali Larijani.

Le bandiere a stelle e strisce bruciate al grido di «morte all'America» - un classico delle manifestazioni in ricordo del sequestro del '79 - si affiancano quest'anno ai cartelli con le immagini di un Trump ridicolizzato e contorto tra i bracci di una svastica nazista.

«La nazione iraniana farà vedere che il signor Trump è troppo piccolo per riuscire a mettere in ginocchio l'Iran» ha detto il presidente del parlamento Larijani. «Il governo non teme le minacce degli Usa» , ha affermato da parte sua il presidente Rohani.

L'Iran «può superare questa guerra economica e il fallimento del progetto delle sanzioni è imminente», gli ha fatto eco Jafari ripetendo quella che è diventata una parola d'ordine della dirigenza iraniana: il Paese ne ha viste tante e ha imparato ad essere autosufficiente, producendo quello che non può importare.

Ieri l'attacco di Khamenei a Trump - «il presidente americano ha sperperato la credibilità che rimaneva dell'America e della democrazia liberale» - è andato di pari passo con l'orgogliosa rivendicazione di una sorta di autarchia. «La nazione iraniana si era abituata a importare tutto, ma ora è abituata a cercare di produrre tutto», ha scandito la Guida Suprema dando per scontata la sconfitta «dell'obiettivo americano di paralizzare l'economia dell'Iran».

Almeno per oggi l'orgoglio nazionalista ha prevalso, ma la crisi economica pesa, come le accuse di corruzione all'élite di Teheran. Ci vogliono 145'000 rial per un dollaro: un anno fa ne bastavano 40'500 e la rivolta della gente che ha sempre più difficoltà a fare la spesa nei bazar è in ogni momento dietro l'angolo. Come alla fine dell'anno scorso, quando il caos economico dette il la a rivolte di massa che si trasformarono in una durissima repressione con quasi 5000 arresti e almeno 25 dimostranti uccisi.

Una guerra di logoramento, quella tra Washington e Teheran, destinata a durare a lungo anche perché i dividendi, almeno negli Stati Uniti, probabilmente pagheranno. Non a caso la decisione di reimporre le sanzioni è stata resa operativa da Trump alla vigilia delle elezioni di midterm.

Intanto domani si aspetta l'elenco dei Paesi che potranno continuare a importare petrolio dall'Iran senza incorrere a loro volta nelle sanzioni americane. Oggi il segretario di Stato Mike Pompeo, in un'intervista a "Fox News Sunday" ha rifiutato di dare anticipazioni. L'Europa non godrà delle esenzioni ma l'Italia, insieme a Giappone, India, Corea del Sud, potrebbe essere tra gli otto "salvati".

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