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GIAPPONE
02.10.18 - 14:450

Fu loro promesso che la Corea del Nord era il Paradiso, ora fanno causa

Migliaia di coreani che vivevano in Giappone andarono in Corea del Nord a partire dalla fine degli anni '50: in cinque accusano Pyongyang di aver mentito

TOKYO - Quattro donne e un uomo che decenni fa lasciarono il Giappone e si trasferirono nella Corea del Nord, dove era stato loro promesso che avrebbero trovato il Paradiso, hanno deciso di fare causa al governo di Pyongyang in un tribunale giapponese. I cinque, che sono riusciti a tornare in patria, chiedono un risarcimento danni per le privazioni che hanno dovuto sopportare e auspicano che ai loro congiunti, che si trovano ancora in territorio nordcoreano, venga concesso di lasciare il paese.

La promessa - È il Washington Post a raccontare la loro storia. A partire dal 1959, e fino al 1984, 93mila membri della minoranza coreana residente in Giappone si trasferirono nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, attirati dalle promesse fatte loro da agenti governativi. Lo scenario prospettato era idilliaco: nella parte settentrionale della penisola coreana avrebbero trovato casa, abiti, cibo, cure sanitarie e tutto ciò di cui avrebbero avuto bisogno. Una vera e propria utopia socialista fattasi realtà. Al progetto aderirono molti Zainichi, di etnia coreana, che vivevano sull'arcipelago giapponese e che si erano visti togliere la cittadinanza dopo la Seconda Guerra Mondiale, oltre ad alcune migliaia di mogli e figli con passaporto nipponico.

La realtà - Una volta giunti in Corea del Nord si accorsero che la realtà era molto diversa dalle promesse: molti denunciano di aver dovuto far fronte a discriminazioni, privazioni, fame e a una mancanza totale delle libertà fondamentali. Si tratta purtroppo, rileva il quotidiano statunitense, di un fenomeno molto comune in Giappone e in Asia, dove spesso i membri delle minoranze vengono discriminati rispetto ai normali cittadini.


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Il racconto - Hiroko Sakakibara, che aveva solo 11 anni quando giunse in Corea del Nord, ricorda il giorno in cui il "reclutatore" giunse a casa sua e convinse il padre a partire. Anche lei era entusiasta all'idea, ammette, spiegando che le furono mostrate foto di città con edifici moderni, idilliche scene campagnole e bambine che coglievano mele dagli alberi. La realtà iniziò a concretizzarsi a partire dal viaggio in nave, sotto la sorveglianza di soldati sovietici: «Il cibo era terribile e le mele erano così raggrinzite». Sakakibara capì fin dall'arrivo in porto che era stato un terribile errore: davanti alla sua famiglia c'era una città grigia e povera, abitata da persone con lo sguardo triste e con indosso abiti del medesimo taglio, tutti di colore grigio scuro.

Il padre della donna, che in Giappone faceva il muratore, fu mandato nelle campagne e crollò mentalmente per non essere riuscito a soddisfare le quote produttive previste. Rinchiuso in un manicomio, morì dopo soli tre anni dal suo arrivo in Corea del Nord. Lei stessa denuncia di essere stata vittima di bullismo a scuola e che molti dei suoi conoscenti sono finiti nei campi di prigionia o nelle miniere di carbone.

La posizione del governo - Tokyo non considera la questione degli Zainichi come un problema di grande rilevanza, al contrario del caso dei cittadini giapponesi che furono rapiti da agenti nordcoreani negli anni '70 e '80: è questo attualmente il più grosso ostacolo al riavvicinamento tra Giappone e Corea del Nord.

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