PALESTINA
28.07.15 - 13:360
Aggiornamento : 20:18

Hamas proclama la 'giornata della collera'

Questa la reazione agli incidenti di domenica all'ingresso della mosche al Aqsa

GERUSALEMME - Dopo i gravi incidenti alla moschea al-Aqsa, Hamas getta benzina sul fuoco. Se il presidente dell'Anp Abu Mazen, ieri, ha chiesto la convocazione urgente di un summit della Lega Araba, il movimento al potere nella Striscia vuole qualcosa di più drammatico.

Per venerdì ha dunque indetto una Giornata di Collera, a Gerusalemme come in Cisgiordania, chiedendo che al termine delle preghiere masse di fedeli islamici protestino contro le forze dell'ordine israeliane per esprimere indignazione per la situazione creatasi sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, per le visite sempre più frequenti di religiosi ebrei e per gli slogan scurrili nei confronti di Maometto pronunciati (e poi rilanciati sul web) negli ultimi giorni da tre zeloti ebrei.

È un'estate incandescente a Gerusalemme come in Cisgiordania. Militanti dell'estrema destra ebraica oggi si sono scontrati con l'esercito nella colonia di Beit El (Ramallah), mentre nella Cisgiordania settentrionale altri hanno tentato di dar vita ad un nuovo insediamento. I militari di prima linea si sono presto resi conto che, mischiati fra i dimostranti, c'erano alcuni ministri e parlamentari della coalizione di governo. E nel corso della giornata i soldati hanno ricevuto ordini contraddittori, mentre sul terreno la situazione restava confusa.

Vista da Gaza, la situazione di Hamas non appare invidiabile. Il cosiddetto governo di unità nazionale con Ramallah è inesistente da mesi. Nelle moschee salafite vengono rilanciati slogan filo-Isis, i rapporti con l'Egitto restano freddi, l'Iran ha tagliato gli aiuti e anche la missione di Khaled Meshal in Arabia Saudita non pare aver avuto il successo sperato. Per recuperare terreno, Hamas organizza dunque in questi giorni addestramenti paramilitari di massa per i giovani di Gaza e lancia parole d'ordine incendiarie agli abitanti palestinesi di Gerusalemme e della Cisgiordania.

A Gerusalemme est questi appelli trovano peraltro un terreno fertile anche perché la presenza di esponenti politici della destra israeliana nella Spianata delle Moschee fa temere ai palestinesi che Israele intenda presto o tardi alterare lo status quo. Ossia che le visite innocue di escursionisti israeliani assumano gradualmente il carattere di preghiere ebraiche. Sopravvissuto per miracolo alcuni mesi fa ad un attentato palestinese, il rabbino Yehuda Glick, un membro del Likud, ha confermato che occorre garantire che nella Spianata (dove duemila anni fa sorgeva il Tempio di Gerusalemme) sia adesso consentito "agli ebrei come ai musulmani pregare ciascuno il proprio Dio".

Nel frattempo oggi il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della Difesa Moshe Yaalon hanno dovuto cimentarsi con le sfide lanciate dai coloni. A Beit El era in gioco la sorte di due palazzine ancora disabitate erette su terre private palestinesi (requisite decenni fa per ragioni di sicurezza, che ora non sussistono più). La Corte Suprema ne vuole la demolizione entro pochi giorni: anche perché non si crei un pericoloso precedente. Ma i coloni si oppongono. I ministri Naftali Bennett (Focolare ebraico) e Yariv Levin (Likud), giunti a dare man forte ai coloni, hanno così di fatto espresso sfiducia nei confronti della Corte Suprema. Il confronto di Beit El ha assunto allora un significato più vasto: rappresenta di fatto un tentativo di una frangia del potere politico di erodere l'autonomia del potere giudiziario, o comunque di tentare di intimidirlo.

 

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