THE MAGNETIC FIELDS: LOVE AT THE BOTTOM OF THE SEA
15.02.12 - 08:500
Aggiornamento : 05.11.14 - 10:30

I visionari campi magnetici dell'imprevedibile Merritt

Stephin Merritt narra la genesi di Love At The Bottom Of The Sea (Domino/Musikvertrieb, 2 marzo 2012), la nuova produzione dei suoi Magnetic Fields

LOS ANGELES - Stephin Merritt narra la genesi di Love At The Bottom Of The Sea (Domino/Musikvertrieb, 2 marzo 2012), la nuova produzione dei suoi Magnetic Fields.

Dal momento in cui diede vita alla formazione, nel 1990, all’interno di un contesto alt-pop di matrice lo-fi, Merritt ha sempre utilizzato un taglio di scrittura visionario, nel quale si sono avvicendate, e tuttora si scambiano i ruoli, le orrorifiche creature partorite dai B movies nel mezzo dei Fifties.

Love At The Bottom Of The Sea si riversa su quindici composizioni concise, che tutte quante pare esercitino una sorta di transizione con il preciso intento di agguantarsi sopra un viadotto sospeso al di fuori dei limiti spazio-temporali. Un’opera nel complesso allettante, che si nutre, ancora una volta di un marchio, quello di Stephin Merritt, imprevedibile e stravagante...

Stephin, come potresti descrivere il disco?
Gli arrangiamenti si nutrono di un amalgama in cui si fondono sonorità artificiali e acustiche. L’utilizzo dei sintetizzatori è volutamente limitato a questo livello, con le linee melodiche non ha nulla a che fare.

Il titolo è piuttosto curioso...
Sì è così, anche se ha poco da condividere con i quindici brani...

A tutti gli effetti, è l’impressione che ho avuto scandendo i versi... Perché questa scelta?
Mi è sempre piaciuta l’essenza dell’affermazione, nient’altro...

Potresti fare l’analisi dei testi?
Anche se è piuttosto difficile percepirlo, raccontano l’amore...

Come si sono svolte le recording session?
Ho inciso la struttura di ogni brano a Los Angeles, mentre i contributi degli altri musicisti (Claudia Gonson, Sam Davol, John Woo, Shirley Simms, Johny Blood, Daniel Handler) sono stati aggiunti a New York e a San Francisco.

Come all’interno delle vostre opere precedenti, anche in Love At The Bottom Of The Sea avete optato per delle composizioni di breve durata... Perché?
Devo confessarti che la ripetitività mi ha sempre snervato...

Quali sono le maggiori influenze musicali che sono confluite al suo interno?
Credo che John Cage e David Tudor siano stati la mia più grande fonte d’ispirazione...

Nelle ultime produzioni dei Magnetic Fields ho notato una sorta di evoluzione musicale, nonostante la matrice originaria della band sia sempre presente...
Poco dopo la pubblicazione di 69 Love Songs (Merge, 1999) ho avuto l’opportunità di conoscere personalmente Tom Lehrer: abbiamo parlato a lungo e suppongo che il suo metodo compositivo, a partire da quel momento, in qualche modo abbia inevitabilmente influito sul mio...

Dida: The Magnetic Fields: Stephin Merritt è il secondo da sinistra.

Fonte foto: MARCELO KRASILCIC

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