CANTONE
26.03.15 - 15:400
Aggiornamento : 10.01.18 - 10:20

URC, tre cose da fare subito e altre due da non scartare a priori

Orlando De Maria, candidato al Gran Consiglio per il Fronte degli Indignati

L’anemia del mercato del lavoro ha riaperto una vecchia ferita mai del tutto cicatrizzata, rimettendo in mano il fucile ai soliti cecchini pronti a sparare su qualsiasi cosa si muova.

Così al centro del mirino sono finiti gli Uffici Regionali di Collocamento (URC) ai quali va però riconosciuta l’attenuante generica di essere emanazioni del Dipartimento delle Finanze e dell’Economia, ovvero uffici in cui si applicano decisioni prese ad un livello più alto.

I punti deboli ci sono e non lo si può negare, manca però la discussione costruttiva intesa come possibilità condivisa di trovare soluzioni applicabili sul breve periodo. Allora ci provo io, senza troppe pretese, stilando un breve elenco di ciò che si può fare.

Ad ognuno il suo

I consulenti degli URC sono confrontati con utenze dai background professionali disparati. Una riorganizzazione interna (con tanto di adeguata formazione) porterebbe ad avere consulenti centrati su specifiche competenze professionali. Questo permetterebbe di sottoporre alle aziende che ne facessero richiesta i curriculum più adatti alla posizione offerta. Ci vogliono consulenti che conoscano il mondo della contabilità, dell’informatica, dell’edilizia e così via, per diminuire il rischio che vi sia dispersione di informazioni e, quindi, che vi sia diminuzione di disoccupati indirizzati verso le aziende intenzionate ad assumere. Occorre che i consulenti diventino sempre più consulenti e sempre meno controllori, tanto più che il sistema di timbri e lettere per cercare impiego è difficilmente controllabile, a questo punto tanto vale imporre l’autocertificazione da parte del disoccupato.

Formazione (i disoccupati non sono numeri)

Viene da pensare che gli URC debbano fornire alla sezione del lavoro (quindi al competente ufficio a Bellinzona) una serie di statistiche senza senso, ad esempio quella relativa alla formazione. In sintesi è come se ogni URC dovesse comunicare di avere iscritto una determinata percentuale di disoccupati a dei corsi di formazione. Politica fine a se stessa senza riscontri pratici che spiegherebbe come mai informatici vengono mandati a fare corsi di informatica e madrelingua tedeschi vengono impartite lezioni di tedesco.

La disoccupazione per qualcuno è un affarone

Quello dei corsi di formazione è un grande business appannaggio di pochi. Le aziende a cui lo Stato affida la formazione dei disoccupati siano le prime ad assumerne. E questo si può estendere a tutte quelle ditte che vogliono accaparrarsi appalti pubblici.

Tra le proposte che meritano di essere perlomeno discusse, anche a rischio di essere esposto a critiche pesanti, vedo queste:

Un premio alle aziende…

Più un’azienda attingerà agli elenchi degli URC per assumere personale e più questa riceverà sussidi sotto forma di ristorni di una parte vieppiù crescente dei contributi sociali.

… e uno ai disoccupati

Quei disoccupati che riescono a trovare un impiego in tempi brevi, anche in questo caso secondo una scala temporale ben delineata, andrebbero incentivati. Il lettore ora trasecolerà: oggigiorno essere disoccupati non è una vergogna, è una condizione sempre più plausibile, niente a che vedere con i senza impiego degli anni ’70 e ’80, spesso etichettati di essere dei buoni a nulla senza voglia di fare. E allora perché non incentivare il rientro nel mondo del lavoro? Niente denaro contante, anche per questi una compensazione della propria parte di contributi sociali, affinché per un periodo limitato di tempo possano avere un salario netto leggermente più alto. Qualche soldo in più che servirebbe anche all’economia.

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