ONE HOUR PHOTO
31.03.03 - 14:140
Aggiornamento : 13.10.14 - 14:02

Viaggio nei meandri della follia con Robin Williams, nelle sale a partire da venerdì

"One Hour Photo", a distanza di quasi un anno dalla prima proiezione avvenuta lo scorso anno durante il Festival internazionale del film di Locarno, arriva nelle sale cinematografiche a partire da venerdì. Protagonista di questo intenso film è Robin Williams che dopo tanti ruoli da buono si cimenta per la prima volta nella parte di un alienato che lavora in un laboratorio di sviluppo fotografico, e che dietro la sua tranquilla vita nasconde una realtà da psicolabile. Un film avvincente, che si muove sul sottile filo della follia, a tratti lirico e sicuramente ben costruito nella sceneggiatura.

Per il nostro protagonista, Sy, sviluppare fotografie è la sua unica ragione di vita. Un lavoro per il quale dedica una cura maniacale. Con l'evolversi del film lo spettatore comprende che di maniacale nella vita di Sy c'è molto. Come ad esempio tappezzare una parete di casa con le fotografie della famiglia Yorkin, verso la quale sente una forte attrazione. In undici anni Sy ha raccolto le foto della Signora Nina, sua affezionata cliente, del marito Will, e del figliolo Jake. Ai suoi occhi, la famiglia Yorkin, rappresenta il modello perfetto di famiglia felice, una specie di famiglia del Mulino Bianco, molto diversa dalla sua esistenza di uomo solitario con un passato inquietante di cui veniamo a conoscenza solamente nel finale. Le cose iniziano a cambiare quando Sy scopre che Will tradisce la moglie. Nella fin troppo labile mente del protagonista scatta la molla della punizione, ma abilmente il regista, lo statunitense Mark Romanek, evita la strage finale optando per una scelta del tutto particolare. Sy sembra sul punto di iniziare un sadico gioco al massacro attraverso la sua macchina fotografica: costringe sotto minaccia i due adulteri ad avere un rapporto sessuale. Ma la mente di Sy non è così perversa e anziché scattare le foto oscene, preferisce dedicarsi ai particolari del gabinetto di una stanza d'albergo.
 Solo nel finale, che cade purtroppo nel più tipico didascalismo hollywoodiano, comprendiamo il martirio infantile che Sy ha dovuto subire. Si chiude il sipario sulla storia e a noi resta un Robin Williams che ha chiuso nel suo scrigno di interpretazioni un'altra parte verso la quale non possiamo che provore sentimenti contrastanti: pietà, tenerezza, paura, compassione e soprattutto tanta ammirazione per il talento dell'attore.

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